Cetto Laqualunque e la 'ndrangheta: momento magico per la Calabria

di FRANCO OLIVA

Pubblicato su "Il Quotidiano di Calabria" - 11 gennaio 2011

 

Premessa: a me Antonio Albanese piace come attore e come persona. Mi piaceva quando impersonava il giardiniere di villa Berlusconi e mi piace adesso che ha creato il personaggio di Cetto Laqualunque. Mi fa ridere, amaramente ma mi fa ridere. E' proprio questa la grandezza e la dote dei grandi comici, quella di far ridere malgrado tutto, anche e soprattutto di noi stessi. Gli esempi non mancano da Eduardo a Totò, da Tognazzi a Gassman (ricordate "I mostri"), da Manfredi a Sordi, e così ridendo. Un popolo che sa stare al gioco, che apprezza la satira e magari la usa anche come un randello a scopo politico, è o dovrebbe essere un popolo libero e maturo.

Una risata vi sommergerà, gridavano gli anarchici a fine 1800 e ripetevano gli studenti nel 1968 e nel 1977. Ma l'Italia è in paese anomalo: le risate non sommergono, anzi portano sulla cresta dell'onda del successo. Non crediamo che al mondo ci sia un capo del governo più ridicolizzato di Silvio Berlusconi, spesso anche ai limiti e oltre dell'abuso. E non c'è al mondo un leader che sia salito agli altari e sceso nella polvere più di lui: sono quasi vent'anni che fa l'altalena tra il governo e l'opposizione, a conferma che quando hanno avuto la possibilità di giudicarlo direttamente gli italiani hanno smesso di ridere e lo hanno votato. Mutate le proporzioni, lo stesso vale per gli altri protagonisti e comprimari del nostro teatrino politico.

C'è una spiegazione? Forse ce ne sono molte. Ma una potrebbe essere che gli italiani scaricano il loro aggressivo moralismo sulla satira contro il potente o i potenti di turno, ben sapendo però - e quindi giustificando - che i vizi fustigati sono i loro vizi, che le macchiette create sono proiezioni di loro stessi. E allora, magari solo nel segreto delle cabine elettorali e negandolo, sono inclini al perdono, alla giustificazione, al relativismo, all'assoluzione. Senza curarsi, o forse senza neanche rendersi conto, che così facendo condannano se stessi e il loro Paese.

E torniamo al nostro simpaticissimo-antipaticissimo Albanese-Laqualunque e limitiamoci a noi calabresi.

Per noi che abbiamo il complesso dell'accento, finalmente possiamo compiacersi del successo che sta riscuotendo il nostro modo di pronunciare le aspirate, le vocali che non si sa quando sono aperte o chiuse, le sue "z" e "g" altro che sonore, le sue "r" e "tr" rotanti e trafiggenti. E' un grosso passo avanti dopo le sortite dello yuppie bocconiano al peperoncino del finto calabrese Sergio Vastano  e l'immigrato torinese del calabrese doc Franco Neri, quello del tormentone "Franco, oh Franco", che personalmente mi ha perseguito con tanto di libro regalatomi. Fra poco possiamo sperare di soppiantare in tutte le tv nazionali i fini dicitori, con cadenza toscana o romanesca.

Per noi che ci vergogniamo di essere assenti nella politica nazionale, sia come livello della rappresentanza sia come contributo al dibattito su temi che pure ci riguardano drammaticamente, la soddisfazione di avere finalmente un nostro ariete che ci invidia persino la Lega con i suoi spaccamontagna e spaccaitalia alla Mario Borghezio. Una bella sfida, alla Orazi-Curiazi, ci vedrebbe trionfare.

Per noi che per lungo tempo ne abbiamo effettivamente sofferto la scarsità e avevamo perfino remore a parlarne perché "pareva brutto" e perché non volevamo apparire assatanati con quel chiodo fisso nella mente, ci riempe di orgoglio e di speranza sapere che c'è un politico che finalmente mette in testa alle sue promesse pre-elettorali la promessa di "chjù pilu pe' tutti!" Per la verità, c'è ora un concorrente agguerrito, il pugliese Checco Zalone, il nuovo re del politically not correct, che vuole fare il partito di "quelli che ci piace la patacca". Ecco, a noi meridionali, la carota che ci piace rosicchiare. Quindi viva Cetto e viva Checco! Nella finzione. Nella realtà, viva Silvio che il "pilu" ce lo fa vedere nelle sue tv e quello vero lo paga e se lo tiene per sé.

Per noi che abbiamo sempre sofferto l'emarginazione e il disinteresse del resto del Paese, questo è un momento magico. La Calabria è al centro dell'attenzione e non solo grazie a Cetto Laqualunque. Da almeno un anno non si fa che parlare di noi: i "fatti" di Rosarno, le minacce ai giudici di Reggio, le retate di centinaia di mafiosi culminata con i 300 dell'operazione "Crimine" che ha confermato come la 'ndrangheta non sia solo un nostro problema ma è tracimata nel resto del Paese, a cominciare dalla ricca, colta e globale Lombardia. Questa sì che è promozione. Ad Antonio Albanese, quando è venuto in Calabria, lo abbiamo celebrato e onorato con riconoscimenti per il contributo alla nostra immagine. Ora non resta che ringraziare e premiare la 'Ndrangheta SpA, che, a nostro vanto e consolazione, va consolidando il suo primato tra le mafie mondiali. Ora abbiamo anche noi un "capo dei capi", un certo Domenico Oppedisano di 80 anni, che potrebbe ritirare la coppa o la targa, magari ottenendo un permesso speciale dal carcere, alla prossima festa di Polsi, un'altra neo-celebrità del folklore criminale calabrese.

Che la Madonna della Montagna ci protegga!



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