Regione: dalle polemiche elettorali alla realtà di governo
di FRANCO OLIVA
Pubblicato su "Il Lametino" - diretto da Franco Papitto - Aprile 2010
Gli striscioni elettorali, i manifesti dei candidati si stanno sbiadendo sui muri, anche le voci più querule si sono zittite, i vincitori hanno smaltito la gioia e i perdenti si vanno rassegnando, le poltrone più importanti sono state assegnate. Insomma, la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale è stata archiviata e un nuovo governatore, Giuseppe Scopelliti, ha formato la squadra che guiderà le sorti della Calabria per i prossimi cinque anni. L'attività amministrativa di fatto e inevitabilmente si è bloccata per alcuni mesi, ma non è stato tempo sprecato perché il rito della democrazia ha i suoi ritmi e le sue esigenze che bisogna doverosamente rispettare. Bene, ma ora finalmente si può e si deve passare dalle aspre polemiche e dalle melliflue promesse alla realtà del governo.
Lo scenario nel quale bisognerà operare non avrebbe potuto essere più cupo, da qualsiasi prospettiva lo si osservi. A livello mondiale, la Grande Crisi si è tutt'altro che risolta: i segnali di ripresa sono deboli e contraddittori, mentre si aggrava l'indice della disoccupazione. A livello europeo, le cose vanno molto peggio: alcune economie dei vecchi (Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo…) e dei nuovi (Lituania, Ungheria, Romania…) Stati membri dell'Unione Europea sono in condizioni disperate, mentre l'euro è nell'occhio del ciclone per la prima volta dalla sua introduzione. In Italia, la situazione economica è ancora stagnante ed è aggravata dalla persistente turbolenza politica. La crisi economica più grave dal dopoguerra sta facendo sentire i suoi effetti soprattutto sul Mezzogiorno, già segnato da una strutturale debolezza della sua economia e dal deterioramento sistematico del contesto sociale. Dal "Check-up Mezzogiorno", curato da Confindustria in collaborazione con l'IPI - Istituto per la Promozione Industriale, emergono i contorni di una vera e propria "emergenza Sud": è come se dieci anni di lenti e faticosi tentativi di recuperare la distanza dal resto del Paese fossero stati rapidamente cancellati.
E in Calabria? Nella nostra Regione, prosegue la congiuntura negativa, come viene illustrato in una scheda sull'economia regionale preparata dal Sole-24 Ore in occasione delle ultime elezioni. Sull'industria - informa il quotidiano della Confindustria - continua a pesare il crollo degli ordini e le imprese corrono ai ripari: secondo l'ultimo aggiornamento regionale della Banca d'Italia, la spesa per investimenti programmata per il 2010 risulta del 40% più bassa rispetto all'anno precedente. Il valore delle esportazioni resta storicamente basso: 0,1% del prodotto regionale che - per dare un'idea - è un quinto del risultato ottenuto dalla Basilicata e un ventesimo di quanto realizzato dalla Puglia, per non parlare delle Regioni del nord. Da noi, soffre la produzione industriale manifatturiera con esportazioni più che dimezzate (-68,2%). Non si arresta anche la frenata delle vendite all'estero dei prodotti alimentari calabresi (-55%), in controtendenza rispetto a quanto accade in altre regioni del Sud. Il calo degli occupati - in linea con il dato nazionale - coinvolge anche il comparto edile, punto di forza dell'economia calabrese, e si concentra poi nei servizi. Un po' di lavoro si trova solo nel settore agricolo e nei centri commerciali. Nonostante il potenziale della Calabria nel settore turistico, infine, l'anno scorso si è registrato un sensibile calo delle presenze.
In Calabria il termometro economico segna freddo
Altri dati recenti confermano la gravità della situazione. Da un rapporto elaborato da alcuni centri di ricerca, risulta che nel primo trimestre 2010 la Calabria registra un forte calo del Clima Economico passando da 87,6 a 79,9. Il risultato è ascrivibile alla forte riduzione della fiducia dei consumatori calabresi. Lo studio evidenzia che "il clima di fiducia dei consumatori calabresi registra una battuta d'arresto rispetto all'andamento positivo osservato per ben 5 trimestri consecutivi. L'indice relativo al primo trimestre 2010 passa, infatti, da 107,1 a 101,9".
Il Codacons, da parte sua, rincara la dose affermando che "l'indebitamento dei calabresi cresce in maniera esponenziale." Il sindacato dei consumatori spiega: "Tanto avviene non solo per beni di prima necessità come la casa, ma anche per acquistare elettrodomestici, per pagare le spese mediche o la comunione dei bambini". Così, mentre prima ci si rivolgeva in banca solo per grandi acquisti, ora si è costretti a domandare credito anche per fare la spesa. Da queste considerazioni emerge che, a causa del caro-vita, per poter mantenere lo stesso tenore di vita le famiglie calabresi sono costrette a indebitarsi. Chiedere un prestito e rimandare a tempi migliori il pagamento.
E' bene che la giunta del governatore Scopelliti, che ha ricevuto un forte mandato dagli elettori calabresi, tenga ben presenti questi dati di partenza nella sua azione di governo regionale. E lo stesso devono fare l'opposizione e le parti sociali. Non è più tempo - se mai lo è stato - per rivalse e recriminazioni: abbiamo davanti cinque anni di lavoro serio per disegnare un futuro migliore. La prima sfida, quella di maggiore impatto, visto che una grande parte delle risorse disponibili per lo sviluppo della Regione vengono da lì, riguarda i fondi europei. La Calabria è da sempre considerata la Cenerentola delle Regioni dell'UE per l'uso quantitativo e qualitativo dei fondi strutturali, quelli messi a disposizione degli Stati e delle Regioni per colmare i ritardi di sviluppo, quelli - per intenderci - che per decenni sono stati riversati sul Mezzogiorno. Nell'ultimissima fase, sembra che le cose siano migliorate un po': proseguire su questa strada è importante anche per avere un qualche titolo per partecipare con dignità, a livello nazionale ed europeo, al confronto che si è già aperto sul futuro della politica economica dell'Unione.
Sta per finire la cuccagna dei fondi strutturali europei
Siamo al giro di boa: questo, il 2010, è l'anno di mezzo dei fondi europei per l'attuale periodo di programmazione 2007-2013. Come tutto - o quasi - quello che riguarda le politiche comunitarie, anche in questo caso si è trattato di un compromesso: la programmazione è scandita in periodi di sette anni, una via di mezzo tra i rigidi piani decennali di sovietica memoria e quelli più elastici quinquennali delle economie miste, tra le quali l'Italia del dopoguerra. Ma anche sette anni sono tanti, troppi in un mondo in cui tutto, anche i sistemi produttivi e sociali, girano a velocità folli e a volte con risultati imprevedibili o comunque imprevisti da tecnici e accademici. E' così si è deciso, a partire dalla famosa Agenda 2000, di effettuare a metà percorso una verifica dello stato di attuazione e, sulla base dei risultati emersi, cominciare a discutere della programmazione per il periodo successivo. E' una fase che va seguita con la massima attenzione e, come si diceva una volta, vigilanza dai governi nazionali, dalle amministrazioni regionali e locali, dalle organizzazioni sindacali e imprenditoriali, dai singoli cittadini. Lamentarsi a cose fatte è inutile e umiliante.
Non si può nascondere la testa nella sabbia. Per i fondi strutturali, ormai è sicuro che si completerà un percorso già avviato che li indirizzerà quasi esclusivamente agli Stati membri dell'Europa centro-orientale che hanno aderito più di recente e che, nella maggior parte dei casi, sono anche i più poveri dell'Unione a 27. Le campane a martello suonano per i tradizionali beneficiari, a partire dal Sud Italia e in particolare dalla Calabria che più qui ci interessa. Nessuno potrà mostrare sorpresa o fresca indignazione, in quanto già nel 2007 erano stati messi sull'avviso dagli eurocrati e dai rappresentanti dei Paesi più ricchi: "Abbiamo già dato abbastanza, se non avete risolto i vostri problemi vuol dire che non avete saputo o voluto o potuto. Qualunque sia la risposta, adesso tocca a voi muovermi con le vostre forze. Le stampelle europee passano ad altri, più bisognosi." La crisi che si è accanita nell'ultimo biennio su alcuni di questi Paesi - i Baltici, la Romania, l'Ungheria, tanto per citarne alcuni - ha reso ancora più urgente tale necessità.
Il processo di riforma è già in fase avanzata. La Commissione Europea ha elaborato e sottoposto ai governi degli Stati membri un dettagliato documento ("Europa 2020") nel quale sono tratteggiate le linee guida della nuova politica economica dell'Unione. Gli obiettivi da raggiungere nel prossimo decennio sono stati fissati e tutte le risorse disponibili saranno finalizzati al loro raggiungimento. Quindi niente, o quasi, più fondi da destinare a progetti spesso incoerenti o velleitari, ma solo a interventi che assicurino una crescita "intelligente" (innovazione, istruzione, società digitale), "sostenibile" (clima, energia, mobilità, competitività) e "inclusiva" (occupazione e competenze, lotta alla povertà). Al di là del linguaggio tipicamente aulico dei documenti comunitari, la svolta è significativa e lascia poco spazio ai pigri e ai parassiti. Ne riparleremo.