L'esercito a Reggio Calabria. E poi?
di Franco OLIVA
Pubblicato su "Il Lametino" diretto da Franco Papitto - Ottobre 2010

Arriva l'esercito a Reggio Calabria. Come in Sicilia, dopo la stagione delle stragi, con l'operazione "Vespri siciliani", e come nel 1994 e nel 1995 era già successo nella città dello Stretto durante l'operazione "Riace" durante la guerra di mafia che provocò 600 morti e ancora prima sull'Aspromonte ai tempi dei sequestri di persona. Puntualmente, si è riproposto il dilemma "Esercito sì, esercito no", con tutta la sua carica di polemiche e gli schieramenti pro e contro. E, altrettanto inevitabilmente, si è scatenato un gioco al massacro - per fortuna solo verbale - dove sembra vincere chi grida più forte, contribuendo ad aumentare lo sconcerto tra cittadini.
Cominciamo dalla reazione degli addetti ai lavori, che è tranciante, ma sicuramente più costruttiva. Si sono fatte sentire le accuse al governo e ad alcune forze politiche di delegittimare la magistratura inquirente, quella che sta costantemente i prima fila e che attiva e coordina l'attività delle forze dell'ordine nella lotta alle mafie. Salvo, poi, a cose fatte, indossare le penne del pavone per tentare di accaparrarsi meriti e ricompense elettorali. Il Procuratore capo Giuseppe Pignatone non ha mancato di denunciare che il Tribunale e la Procura di Reggio Calabria hanno un buco del 30 per cento nell'organico previsto e non si aspetta nessun nuovo arrivo prima dell'aprile prossimo. Nel frattempo, la presidenza della Regione ha offerto di distaccare 30-40 impiegati per "dare una mano", e chissene importa della specializzazione e della sicurezza.
Un'altra "pezza" , e solo dopo l'ultimo attentato, è l'annuncio che si è disposto l'arrivo di una quarantina tra poliziotti e carabinieri. Anche per rispondere in qualche modo a un'altra denuncia, quella dei sindacati della polizia, secondo i quali "la gran parte dei poliziotti che lavorano a Reggio Calabria devono combattere giornalmente due atavici nemici: la criminalità e la mancanza di mezzi per combatterla". Il sindacato di polizia Siap precisa: "Per mezzi, non intendiamo tecnologia all'avanguardia, ma anche spesso semplici computer, edifici e uffici idonei allo svolgimento delle attività "normali" di Polizia, veicoli funzionanti, la carta per stampare gli atti, le lampadine per illuminare le stanze, i riscaldamenti. O forse e' chiedere troppo?"
Non si risolvono i problemi con la militarizzazione delle strade e delle piazze reggine. "E' necessario, invece, - sostiene il Siap - potenziare le forze dell'ordine già presenti sul territorio e usare con oculatezza le risorse economiche mirate a rinvigorire le energie lavorative degli operatori che, a volte invece, sono ridotte al limite minimo di efficacia, tenute a galla solo da quella voglia di essere poliziotti che non sempre viene presa in considerazione da chi deve garantirsi fama e carriera facendo sfoggio dei risultati di chi lavora "per strada", sui giornali e in televisione."
Per la verità, per dare una giusta dimensione alla vicenda, occorre puntualizzare che non siamo - almeno per ora e almeno stando alle dichiarazioni ufficiali - alla militarizzazione della regione. Annunciando la richiesta al governo da parte del Comitato per l'ordine e la sicurezza provinciale il prefetto, Luigi Varratta, dal quale è partita la proposta, ha tenuto a chiarire che "in questo momento il territorio ha bisogno di questa presenza, non molto visibile, ma finalizzata alla vigilanza della Procura e della Procura generale". Un intervento, quindi, precisamente limitato negli obiettivi, se non ancora nella durata.
Escalation di minacce, intimidazioni e attentati
E occorre anche riconoscere che di episodi - per poter parlare di escalation e di emergenza - non mancano di certo. Dall'inizio dell'anno - precisamente la notte tra il 2 e il 3 gennaio - c'è stato in Calabria, e in particolare a Reggio, uno stillicidio di minacce, intimidazioni e attentati culminato con il bazooka usato dedicato al Procuratore capo Pignatone, a poco più di un mese dall'esplosione di un ordigno di tritolo davanti al portone del Procuratore generale della Corte d'appello di Reggio, Salvatore Di Landro. In mezzo, l'obbiettivo era stato puntato ancora su Di Landro, sul suo aggiunto Nicola Gratteri, sul procuratore della vicina Palmi Giuseppe Creazzo e su quello di Lamezia Sebastiano Vitello. Addirittura un segnale era stato indirizzato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della sua visita a Reggio (fu fatta trovare sul suo percorso un'auto imbottita di armi). Senza contare il numero crescente di minacce e "avvertimenti" ai giornalisti più coraggiosi o solo più esposti. Allarme anche per i politici locali, in testa il governatore Giuseppe Scopelliti, all'inizio di settembre.
Novità assoluta per la 'ndrangheta che si conosceva per come ce l'avevano descritta sentenze di processi e libri-inchiesta. Ci era stato detto che i calabresi avevano cercato di dissuadere i corleonesi che dominavano "Cosa nostra" di attuare la strategia stragista attaccando, direttamente e ad altissimo livello, le istituzioni. La 'ndrangheta è cresciuta e si è rafforzata nell'ombra, adottando il basso profilo e l'understatement. Soprattutto nei momenti di difficoltà: "Calati juncu ca passa a hjumara," era la regola sociale. Ora, inopinatamente, esce allo scoperto, minaccia e colpisce. Paura o follia da potenza?
Il vero problema è la "zona grigia"
Qualunque sia la risposta, sinora non sembrano aver raggiunto il loro scopo intimidatorio. La cosiddetta società civile - studenti e gente comune, ma anche amministratori pubblici, imprenditori e giornalisti - ha risposto con la grande manifestazione "No 'ndrangheta" organizzata a Reggio dal "Quotidiano della Calabria", alla riunione pubblica dell'ANM, l'Associazione nazionale magistrati, alla fiaccolata dopo il ritrovamento del bazooka nei pressi della Procura. Una partecipazione in ciascun caso massiccia, senza distinzioni di età o di matrice politica. Una unità addirittura imbarazzante: visto che c'erano un po' tutti, era legittimo chiedersi dove fossero i 'ndranghetisti e i loro complici e collusi, la famigerata "zona grigia", che è stata efficacemente definita "il vero capitale sociale della 'ndrangheta". Uno striscione campeggiava in uno dei cortei, scuotendo le coscienze più sensibili e segnalando quanto ancora la strada da percorrere sia lunga e insidiosa: "La 'ndrangheta è viva e marcia insieme a noi…"
Che il vero problema risieda proprio lì lo sanno anche le autorità e non lo nascondono. Secondo il prefetto Varratta, dietro le intimidazioni compiute ai danni dei magistrati "potrebbe esserci una strategia mirata con fini specifici che può essere non solo della 'ndrangheta, ma anche di ambienti contigui". "C'è sempre - ha aggiunto Varratta - una zona grigia su cui si sta indagando da tempo. Qualche risultato è già arrivato e altri, ne sono sicuro, arriveranno".
On. Angela Napoli, non basta urlare ad "Annozero"
Ma questa zona grigia rischia di essere come la mitica araba fenice: che ci sia tutti lo dicono, dove sia nessuno lo sa. Almeno per ora. Ma c'è un rischio incombente: questa ricerca, e più in generale la lotta alla 'ndrangheta, è minacciata dalle cortine fumogene create dalla politica. Non sarebbe certo la prima volta nei 150 anni della storia dell'Italia unita. Occorre un'estrema serietà, che non può essere assicurata dai processi di piazza, dove vince chi grida più forte e la spara più grossa. Ne abbiamo avuto una prova nel corso dell'ultima puntata di "Annozero" - quella di giovedì 7 ottobre - dove Angela Napoli, ex AN e ora a capo dei finiani calabresi, ha tacciato di mafioso o, almeno, di colluso e frequentatore di mafiosi il governatore Scopelliti e altri esponenti del governo regionale.
Tra le urla, pochi hanno capito su quali dati si basasse. Allora chiariamoli, visto che sono oggetto di un'interrogazione parlamentare e di precedenti dichiarazioni della Napoli. Nel luglio scorso, nell'ambito dell'operazione "Meta", sono stati arrestati due imprenditori ed è emerso che nel 2006, quattro anni prima, erano stati anfitrioni dell'allora sindaco di Reggio Scopelliti - e di qualche centinaia di altri ospiti di diversa caratura politica e mafiosa - per la celebrazione delle nozze d'oro dei genitori. Se è vero, più che legittima è doverosa una verifica spietata dei fatti e delle responsabilità, anche rispetto ad altri episodi di cui "si chiacchiera". La Calabria e i calabresi onesti meritano di conoscere la verità, tutta la verità, anche quella più imbarazzante. Non possono essere lasciati nel dubbio e nel sospetto.
La Napoli deve usare con determinazione la sua posizione di parlamentare e di membro della Commissione Antimafia per pretendere che si faccia luce su questo e magari altri lati oscuri o "grigi" dei rapporti tra politica e 'ndrangheta. Una volta acquisiti gli elementi, avrà il diritto e il dovere di pretendere che se ne traggano tutte le conseguenze. Altrimenti, sarà una semplice co-protagonista dello squallido balletto di accuse e indignazioni al quale assistiamo da troppo tempo. La stessa Napoli, alla vigilia delle elezioni regionali, faceva orgogliosamente sapere: "Sono del Pdl e sono una decisa sostenitrice della candidatura di Peppe Scopelliti". Il 1° luglio scorso diceva: "Scopelliti, con le sue frequentazioni, mi allarma". Il 2 settembre, insieme a tutti i componenti di GenerazioneItalia Calabria (i finiani) esprimeva "sincera solidarietà al Governatore della Calabria" e condannava "l'ennesimo vile atto intimidatorio, da qualsiasi parte provenga''. Ora torna alla carica con le accuse.
Non vorremmo che gli interessi, il buon nome e il futuro della Calabria si giocassero sull'asse di vecchie e nuove amicizie-inimicizie personali e partitiche. Di chiunque.