E se dicessimo NO ai Fondi straordinari?
di FRANCO OLIVA
Pubblicato su "Il Lametino" - direttore Franco Papitto - settembre 2010
«È venuto il momento che l'Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo secondo le grandi coordinate dell'integrazione europea». Questo è il messaggio che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, continua a lanciare mentre la classe politica si azzuffa sui futuri equilibri di potere nei parti e nel Paese.
Non abbiamo neanche più un ministro dello Sviluppo economico. Quello che c'era, il boss del Pdl ligure Claudio Scajola, qualche mese fa se n'è andato per la vergogna di non sapere e potere giustificare l'acquisto di una casa, vista Colosseo, a un prezzo di favore, super scontato per intervento di qualche sconosciuto benefattore. Ora il ministero di Via Veneto è tenuto in via provvisoria (in interim, come si dice) dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in persona, che lo utilizza di volta in volta come carota per i suoi rissosi e ambiziosi attendenti o per offrirlo a possibili soccorritori esterni della sua sempre più fragile coalizione (vedi Pier Ferdinando Casini)
In questo vuoto di uomini, di idee e di iniziative domina il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che però avverte una fastidiosa idiosincrasia per i problemi del Mezzogiorno e che, anche per compiacere i suoi più grandi sponsor - il capo della Lega Umberto Bossi e l'establishment bancario-finanziario milanese - da una parte fa il duro lanciando accusa di cialtroneria ai presidenti delle Regioni meridionali e dall'altra scatena appetiti vagheggiando una mega Banca, panacea per tutti i mali del Sud.
E, intanto, come sembrano denunciare le parole del presidente della Repubblica, l'Italia è praticamente assente dal grande dibattito che è già in corso a livello europeo sul futuro della politica di sviluppo e coesione regionale alla scadenza dell'attuale ciclo di programmazione 2007-2013. E' un campanello d'allarme che può preludere alle campane da morto per il Mezzogiorno, dove sono concentrate le aree italiane "in ritardo di sviluppo", come con peloso eufemismo vengono definite le Regioni che non riescono a tenere il passo del vagone europeo rischiando di esserne definitivamente sganciate. Un incubo ancora più agghiacciante per la Calabria, fanalino di coda in Italia e cenerentola anche in Europa costretta a elemosinare gli aiuti europei in concorrenza con le Regioni più disastrate degli stati satelliti dell'ex-impero sovietico, ultimi arrivati nell'Unione Europea.
Il governo è assente, la palla passa a noi calabresi
Che facciamo, ora: ci piangiamo addosso ancora una volta? Ce la prendiamo con il destino cinico e baro? Recriminiamo sul nostro radioso passato e sul nostro squallido presente? Nascondiamo la testa sotto la sabbia delle nostre splendide spiagge? Oppure, finalmente, ci rendiamo conto che la palla è nel nostro campo e sta a noi difendere la nostra terra e le sue speranze di sviluppo? A me, sinceramente, identificarmi come calabrese in Rino "Ringhio" Gattuso non mi ha mai eccitato, ma, visto che abbiamo speso i soldi per affidare a lui la nostra immagine, vogliamo almeno provare a tirare fuori la sua grinta per cercare di vincere questa partita decisiva?
Sì, perché a questo punto il problema è di vedere se il Mezzogiorno riuscirà a trovare la forza e le idee per imporre la centralità dei suoi problemi prima a livello nazionale e quindi europeo. Ci vuole coraggio, onestà intellettuale e determinazione. Possiamo anche giocare la carta della provocazione. La più clamorosa sarebbe quella di affermare che siamo pronti, anzi che vogliamo rinunciare ai finanziamenti "straordinari" che nell'ultimo mezzo secolo sono stati il mezzo "ordinario" per gli interventi nel Sud. Niente più elemosine elargite dalle Casse del Mezzogiorno, dalle addizionali pro-Calabria, dai fondi europei. Non trattateci più come figli di un Dio minore. Riservateci lo stesso trattamento dei nostri fratellastri del CentroNord, spendendo per la nostra parte d'Italia quanto e come fate per la loro. Volete il federalismo? Bene, ma che sia vero federalismo vero, democratico, partecipato. Per tutti. Non è proprio detto che alla fine ci rimetteremo noi.
Proviamo a fornire alcuni dati e alcune considerazioni. Cominciamo seguendo l'analisi che il prof. Gianfranco Viesti, docente di Economia Applicata presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Bari, presidente dell'Agenzia per la Tecnologia e l'innovazione della Regione Puglia e membro del Consiglio di Amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti. Sulla rivista on-line "nelMerito.com", di cui è autorevole collaboratore, il prof. Viesti denuncia il fatto che con le risorse FAS (Fondo Aree Sottoutilizzate, destinate per l'85% al Sud) che dovrebbero essere disponibili per lo sviluppo del Mezzogiorno "è stato finanziato di tutto", confermandosi di fatto la denuncia documentata che "Il lametino" ha pubblicato in una sua recente edizione. MA il professore va oltre, esaminando i dati dell'ultimo decennio.
Parte da una constatazione: mentre nei documenti della programmazione 2000-06 veniva prevista una crescita molto elevata del PIL del Mezzogiorno, si sono registrati risultati pessimi. Certo - riconosce - è fondamentale ricordare il ciclo così negativo dell'intera economia nazionale. Ma i risultati sono negli ultimi anni ancora peggiori della, pessima, media nazionale. Una previsione molto sbagliata, non c'è dubbio. E si chiede: ma perché? Perché nonostante questo così cospicuo flusso addizionale di spesa (45,5 miliardi di euro per il 2000-06, incluso il cofinanziamento nazionale, da spendere entro fine 2008) il Sud non è cresciuto?
Ma quanti soldi arrivano davvero?
Ma quando, tale flusso, era davvero "cospicuo"? Dei 45,5 miliardi disponibili solo poco più di un terzo (17,5) è stato effettivamente speso su progetti nuovi. Poi ci sono i tempi di realizzazione molto lenti (ma quanto più lenti delle altre politiche pubbliche?). Infine, gli effetti che tardano sempre a venire.
E, poi, quanto di questo flusso di spesa è davvero "addizionale"? I fondi strutturali europei sono attribuiti sulla base di un'intesa con gli Stati Membri; essi si impegnano a far sì che essi siano addizionali, cioè che non sostituiscano impegni di spesa nazionale (se no, non avrebbero ovviamente effetto). Dato questo impegno, è difficile trovare documenti ufficiali che smentiscano l'addizionalità, formalmente rispettata. Ma che dicono le cifre? I fondi europei (incluso il cofinanziamento) sono una parte minoritaria della spesa pubblica in conto capitale nel Mezzogiorno. Al 2006, su 21,4 miliardi di spesa in conto capitale essi rappresentavano circa il 30%; il 70% era "altra" spesa (tav. 1): ordinaria dei Ministeri e della Pubblica amministrazione allargata, risorse di politica regionale (fondi FAS, per le "aree sottoutilizzate"). Fra il 2002 e il 2006 l'"altra" spesa è progressivamente diminuita, da 17,9 a 14,8 miliardi. La spesa in conto capitale al Sud, nonostante le "colossali risorse aggiuntive" è rimasta ferma a prezzi correnti fra 2001 e 2005.
E' dunque difficile sostenere - contesta il prof. Viesti - che i fondi strutturali abbiano avuto un effetto aggiuntivo significativo; si badi, questo a differenza dei casi - come l'Irlanda nel passato - nei quali essendo la spesa indirizzata all'intero territorio nazionale, essa era aggiuntiva per certezza matematica. La spesa in conto capitale in termini pro-capite nel Mezzogiorno è dal 2002 inferiore al CentroNord; si aggiunga che nel Mezzogiorno una quota proporzionalmente più alta della spesa in conto capitale è destinata a incentivi alle imprese; se si guarda dunque ai soli investimenti pubblici si scopre che nella prima metà di questo decennio la spesa pro capite è stata al Sud un quarto più bassa che al CentroNord. Data anche la dotazione di partenza assai inferiore, questo non aiuta certo a crescere velocemente.
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Spesa in conto capitale nel
Mezzogiorno |
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2002 |
2003 |
2004 |
2005 |
2006 |
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Fondi strutturali (1) |
3,9 |
5,2 |
5,7 |
5,4 |
6,7 |
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"Altra" spesa (2) |
17,9 |
16,5 |
15,2 |
15,6 |
14,8 |
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Totali |
21,8 |
21,8 |
20,9 |
21,0 |
21,5 |
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(1) incluso cofinanziamento nazionale |
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(2) componente base + componente perequativa + risorse aree sottoutilizzate |
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Quindi - continua a chiedersi il professore - è come al solito solo una questione di inviare più soldi al Mezzogiorno? Certamente no. La qualità della spesa è decisiva quanto la sua dimensione per produrre effetti positivi. Tre paiono al prof. Viesti, anche in base alle valutazioni già disponibili, le principali piste da seguire.
La maledizione degli interventi a pioggia
- La prima attiene alla frammentazione dei fondi disponibili su un numero molto elevato di misure; questa è con tutta probabilità importante concausa della lentezza, dato il carico gestionale-burocratico che comporta. Perché questa frammentazione? Una lettura più positiva rimanda al concetto di "progetti integrati": per lo sviluppo territoriale servono tanti interventi collegati, contemporaneamente; questo è giustissimo in teoria, ma nella pratica può portare non solo a ritardi, ma anche a mancare gli effetti positivi attesi finché l'insieme delle misure non si sia realizzato (e forse per sempre). Una lettura più negativa rimanda alla necessità di finanziare con i fondi europei - in un periodo di forte carenza di altre risorse disponibili per gli enti locali - anche interventi "minori", certamente poco rilevanti per innescare un processo di crescita economica; fra di essi, anche magari misure relativamente poco utili ma che producono consenso.
- La seconda attiene ai cicli di realizzazione delle opere pubbliche in Italia. Molto spesso essi comportano tempi estremamente lunghi, più di quanto preventivabile, e una progressiva lievitazione dei costi. La triste conclusione è che anche un periodo di programmazione di ben 7 anni può non essere in grado di completare l'intero ciclo. Questo significa probabilmente che con i Fondi europei si stanno realizzando parti di opere. Vi è una modesta capacità delle amministrazioni regionali (ma anche di quelle centrali!) di produrre rilevanti idee progettuali, di realizzare professionalmente e velocemente i relativi studi di fattibilità, di avviarne e soprattutto completarne l'esecuzione in tempi relativamente brevi.
- La terza attiene alla quota sul totale di interventi non meramente compensativi (come sono gran parte degli aiuti alle imprese) ma mirati alla rimozione strutturale dei principali ostacoli alla crescita, a cominciare dalla qualità dell'istruzione, che possono avere nel lungo periodo un effetto decisamente più positivo sulla crescita.
Bando ai luoghi comuni
Questi i nodi su cui occorrerebbero più ricerca e riflessione, evitando luoghi comuni, anche in vista dell'attuale ciclo di programmazione 2007-13 e degli sviluppi futuri.
Un altro grande economista meridionale insiste sulla necessità di ripartire in modo nuovo affermando, anche in base alla sua esperienza sul campo, che nel Sud esistono forse e intelligenze capaci di portare avanti un progetto onesto e lungimirante. Si tratta del prof. Luca Meldolesi, ordinario di Politica economica presso l'università di Napoli, dal 1999 al 2008 presidente del Comitato per l'emersione dl lavoro non regolare. Il professore, che viene da una militanza nella sinistra movimentista, ha esposto le sue idee e i suoi suggerimenti in un saggio tutto da leggere "Il nuovo arriva dal Sud - Una politica economica per il federalismo" (editore Marsilio).
Il prof. Meldolesi premette: "Il denaro pubblico può far bene, ma può anche trasformarsi in un'intossicazione pericolosa." E avverte: "Coprire deficienze ed errori e' sempre sbagliato." Niente compiacenze dunque. Per nessuno.
"Vischiosità, inerzie, implosioni, incurie, sciatterie, furbizie, incompetenze,prepotenze, ricatti, scorrettezze, disorganizzazioni, permalosità, falso orgoglio, disgiunzioni, personalismi, campanilismi, spartizioni, equilibrismi, ecc: tutti aspetti evidenti della condizione meridionale che si possono correggere solo con un impegno sistematico e faticoso, anche perché appaiono legati a filo doppio a un potente magnete sociale che facilita la loro incessante riproduzione: i 'tre flagelli' del clientelismo, del corporativismo e dell'illegalità ."
Bisogna sconfiggere la "propensione assistenziale che corrode il nostro Mezzogiorno, con una logica inesorabile e una straordinaria pericolosità sociale." Esiste, infatti, "una tale pressione di assistenzialismo a breve termine che il risultato economico finale di qualsiasi progetto appare, spesso, irrilevante."
Con le politiche realizzate "il risultato concreto è stato quello di sommergere il Sud di denaro, ma nel contempo di lasciarlo privo di Stato. A sinistra come a destra tutti hanno responsabilità. Non ci sono differenze, le classi dirigenti che hanno prodotto la litania dei patti territoriali e della nuova programmazione sono presenti in entrambe le coalizioni."
Vecchi e nuovi sprechi delle classi dirigenti
Se le vecchie classi dirigenti avevano prodotto le cattedrali nel deserto (pensiamo in Calabria alla Liquichimica di Saline, la Sir di Lamezia, il quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, …), le nuove hanno dato vita ad altri tipi di spreco. "Centinaia di restauri di piazze, fontanelle, facciate di chiese, tutte cose che prese singolarmente non rappresentano iniziative sbagliate ma messe insieme segnalano come l'agenda dell'intervento pubblico abbia preso direzioni sbagliate. E costosissime. Il Sud vive nell'emergenza. Troppe volte lo dimentichiamo. Non c'è una giustizia che funzioni, nella sanità succede a volte che il 118 non arrivi e si possa anche morire, l'istruzione vede in non pochi casi classi con il tetto sfondato. Ci si è permessi di buttare dalla finestra 150 miliardi di euro dal 1996 al 2006 invece di concentrarli per far funzionare lo Stato sui suoi compiti essenziali." Le emergenze sono i trasporti, la sanità, le strutture giudiziarie, la pubblica istruzione: ognuno può trovare esempi a iosa a congferma.
E, intanto, "la malversazione pubblica ha raggiunto dimensioni inimmaginabili. E' uno tsunami a cui, talvolta, si oppone a malapena la sola magistratura." Il tutto è aggravato dalla fragilità del nostro sistema democratico insidiato da Sud (prevalentemente) da "termiti sitibonde di denaro (crimine organizzato incluso)" e da Nord "dalla tendenza ripetuta alla formazione di conglomerati politico-economico-finanziari che rasentano l'illegalità' o che vi sboccano esplicitamente ( si pensi, se non altro, ai tati scandali privati del centro-nord che lambiscono il sistema pubblico: quello dei vari Sonzogni, Cragnotti, Tanzi, Fiorani, Consorte, Gnutti, Ricucci, ...)"
E' in corso una silenziosa secessione
Rilanciare la priorità del Mezzogiorno è una sfida e una necessità per i meridionali, ma lo è per tutto il Paese. Gridiamolo, senza complessi. La posta in gioco è enorme. Quale? La risposta è inquietante e, ancora una volta ce la offre il prof Viesti: "La questione delle condizioni economiche e sociali e più in generale dello sviluppo del Mezzogiorno è sempre più ritenuta una marginale nel quadro nazionale; una questione dei meridionali, di cui tocca ai meridionali farsi carico, utilizzando il meno possibile le risorse fiscali raccolte nel resto del paese. Quel che potrà succedere al Sud nei prossimi mesi, sul piano economico e politico, lo si vedrà; quel che appare sempre più evidente è che nel nostro paese è in corso una silenziosa secessione."