I calabresi della diaspora una risorsa da non sprecare

di FRANCO OLIVA

Pubblicato su "Il Lametino" - direttore Franco Papitto - Gennaio 2010

 

 

Le statistiche dicono che, in giro per il mondo, ci sono due milioni di calabresi, tanti quanti secondo l'anagrafe vivono nella regione. Io ho avuto la ventura di girare per paesi e continenti tanto da potermi dichiarare un po' cittadino del mondo senza troppo abusare della qualifica. E dovunque - in Australia, in Canada, negli USA, nel Sud America, nel Belgio, tanto per citare alcuni luoghi - ho incontrato comunità di calabresi della "diaspora", di prima e seconda generazione che vivono nel mitico ricordo della loro terra d'origine anche quelli tra di loro - e sono i più - che sanno che non la rivedranno, per scelta o per mancanza di risorse economiche.

Noi, invece, ci torniamo ogni anno, magari anche più di una volta l'anno: per l'estate, per la ricorrenza dei morti, per qualche occasione speciale. E, malgrado questa frequentazione, anche noi viviamo nel mito di una Calabria che forse non c'è più, che ha lasciato posto a una realtà alla quale non vogliamo e non possiamo riconoscerci del tutto o, almeno, serenamente. Te ne accordi tu e se ne accorgono anche i "paesani" quando, dopo i baci e le strette di mano di benvenuto, prendono un po' le distanze e stanno al gioco - il tuo gioco - solamente in parte. Assistono e anche partecipano alla tua rappresentazione da pellegrino della memoria assecondandoti  nell'aneddotica nostalgica, nell'ennesima replica di quello o talaltro episodio, nell'elegia dei "tempi belli di una volta", quando eravamo tanti, tutti lì, e quanto stavamo bene quando si stava peggio. Ma guai a spostarsi sul palcoscenico dell'attualità, a cercare di affrontare i problemi di oggi, a proporre o - addirittura! - fare qualcosa di concreto per cambiare lo status quo. L'educazione e il "rispetto" li trattengono dal rintuzzare il tuo zelo missionario,  ma ti fanno capire con maniere più surrettizie che stai invadendo un campo che non è più il tuo.

E così, quando torni, ti senti, o ti fanno sentire, forestiero. Prima un po' ti invidiavano. Ora ti guardano dall'alto in basso, penetrandoti con un sguardo che tu senti carico di ironia e strafottenza e che tu leggi come un beffardo richiamo alla nuova realtà: tra te che sei andato via  e io che sono rimasto qui chi sta meglio? Ho la macchina migliore della tua, indosso capi d'abbigliamento alla moda e anche firmati, mangio bene a abbondante a casa e nei sempre più numerosi ristoranti, guardo le partite di calcio e i film con la tv satellitare, comincio a navigare e chattare su Internet, vado a fare vacanze anche all'estero. Vado avanti? Per carità, non infierire. E, allora, goditi questi giorni in paese e risparmiaci i tuoi discorsi pieni di bei consigli su come rivoltare qui le cose, lasciaci vivere nella nostra pace.

Ogni volta che parti, ti dici che forse non vale la pena di tornare, che forse è vero che sei forestiero, che tu in effetti cerchi e ami un paese irreale, riflesso sempre più sbiadito ed evanescente dei tuoi ricordi. Poi, sulla strada della partenza, passi accanto al piccolo cimitero tra gli ulivi e mandi un bacio ai tuoi genitori, ai tuoi cari, ai tuoi amici, agli altri paesani che abitano ormai lì per sempre e dove tu hai già da tempo deciso di stabilire la tua ultima dimora. Ed ecco che con quel piccolo e un po' infantile gesto riannodi le viscere che ti legano al tuo paese e ricominci a contare i mesi, i giorni, gli attimi del tuo ritorno.

Le stigmati del calabrese non si possono mai cancellare

Io so, o credo di sapere, le ragioni di questa schizofrenia, di noi della "diaspora". Se hai le stigmate del calabrese, non le potrai mai cancellare, anche se lo volessi. Non so più se  sia un mio pensiero originale, ma so che è una verità. Nel bene e nel male: nel tuo accento che non estirperai mai, nella tua permalosità che ti soggioga, nella tua generosità e ospitalità che ti fa amare dagli altri, nella tua caparbietà che ti ha conquistato il rispetto e ti ha fatto superare i tantissimi ostacoli iniziali nell'ambiente che ti aveva accolto - si fa per dire - sempre con sospetto e spesso con truce razzismo.

E, allora, senza distinguo, senza complessi, senza retro pensieri riappropriamoci, tutti noi calabresi, del dibattito e dell'azione per disegnare un nuovo futuro della nostra regione. Le intelligenze non mancano e nemmeno i coraggiosi che possono fare da capofila, ma non possono essere lasciati soli. Dobbiamo sconfiggere la disperata rassegnazione degli ultimi  decenni e recuperare l'ottimismo che avevamo assaporato proprio qui a Lamezia Terme quaranta anni fa. Per alcuni di noi - tra i quali chi scrive e lo stesso neo-direttore di questo giornale - si tratta di spolverare un impegno mai dimenticato ma procrastinato per più di 40 anni.  Nel 1968, con l'ingenuo entusiasmo dei nostri vent'anni, ci sentivamo capaci di buttare giù muri secolari che separavano la società civile dalla società parassitaria. La prima,  quella dei più umili, dei più onesti, dei più lavoratori, dei più studiosi costretti il più delle volte a emigrare in cerca di luoghi e ambienti meno asfissianti. La seconda, quella dei politicanti, dei latifondisti, dei banchieri usurai, dei burocrati arroganti e fannulloni e, naturalmente, dei grandi e piccoli mafiosi che ingrassavano succhiando le risorse pubbliche e taglieggiando il frutto del lavoro dei concittadini. A questi ultimi la condizione di sottosviluppo era necessaria, era l'humus nel quale piantare e far crescere rigogliosamente la pianta del malaffare grazie al concime fornito da fondi pubblici, di origine regionale, nazionale o europea. Da dove arrivano, arrivano. E sono i benvenuti.

La coalizione dei malinteressi era troppo forte: appena scalfita, serrò le sue coorti restaurando il plumbeo governo che ha accelerato il decadimento della regione che ogni sei anni viene, senza una pur minima venatura di vergogna, illustrato all'Unione Europea per bussare a soldi. Provate a leggere la premessa dei documenti di programmazione 2007-2013 e poi confrontali con quelli per la cosiddetta Agenda 2000: implorante mano tesa e lacrime di coccodrillo.

Il fallimento dei soldi pubblici… e i risultati si vedono

La verità è cruda: i soldi pubblici che sono stati assegnati in misura copiosi in questi 40 anni non hanno prodotto lo sviluppo ai quali in teoria erano finalizzati. Spesso addirittura non sono neanche arrivati o perché rubati strada facendo oppure  perché sono stati dirottati altrove per incapacità dimostra tata da chi doveva fare programmi e progetti per spenderli nel territorio calabrese. E i risultati si vedono. Non mi vergogno di dire che mi sono spuntate delle lacrime - un misto di rabbia e di frustrazione - di fronte allo spettacolo spettrale del nucleo industriale costruito ai margini del porto di Gioia Tauro, a San Ferdinando vicino Rosarno, che è ormai diventato precocemente un sito di archeologia industriale con i suoi capannoni costruiti a metà o disertati dopo una breve attività da avventurieri scappati con un malloppo di soldi pubblici.

Ristagna e anzi perde colpi l'agricoltura tradizionale, a partire dell'olivicoltura che ne rappresentava il cuore e il polmone; non è mai riuscita a trovare gli sbocchi commerciali che potevano dare l'ossigeno necessario all'altro vasto e potenzialmente ricco settore, l'agrumicoltura; non è mai riuscita a decollare l'industria, nonostante i piani megalattici, concepiti e abortiti (Liquigas di Saline, Sir di Lamezia, Centro siderurgico di Gioia Tauro…).

L'unica attività che è cresciuta a livello europeo, anzi a ritmi cinesi, approfittando della globalizzazione e della liberalizzazione dei mercati finanziari, è la 'ndrangheta. Oggi dicono che sia la più potente, ricca e strutturata organizzazione criminale del mondo. Ha sbaragliato la concorrenza interna di mafie ben più conosciute come la Camorra e addirittura Cosa nostra, si è conquistata la leadership mondiale nel mercato della droga, investe capitali in iniziative commerciali e industriali e nelle altre regioni italiane e nei paesi emergenti dell'Est Europa e dell'Asia. Ma, per quanto ci riguarda più direttamente, cerca di stringere le mani sull'economia e sulla società calabrese, imponendo le sue "tasse" anomale e criminali ai cittadini produttivi e ponendosi come interlocutore onnipresente e forse anche onnipotente delle amministrazioni locali che gestiscono i fondi e i lavori pubblici.

Legalità, sviluppo economico, coesione e solidarietà sociale

Il tempo stringe: a livello europeo, è assai improbabile che dopo il 2013 arriveranno altri finanziamenti alla nostra inefficienza e inettitudine amministrativa e progettuale; a livello nazionale, gli interessi delle zone più ricche e dinamiche del paese - magari ammantandosi del federalismo - stringeranno i cordoni delle casse pubbliche. Tocca a noi recuperare i tre beni che ci faranno vivere o almeno sopravvivere: legalità, sviluppo economico, coesione e solidarietà sociale.

Per questo,  dobbiamo ritrovare l'unità tra i calabresi intra ed extra mura. Dobbiamo scavare  le nostre radici, conoscerle e capirle per poi poterle scientemente e sapientemente potare. Non accetto chi - in buona o cattiva fede -  ci vuole indurre a sradicarle del tutto: rimarremmo instabili e disarmati su un terreno che a sua volta perderebbe la sua compattezza e rischierebbe di scivolare e trascinarci via al primo alluvione, come sappiamo bene noi calabresi di montagna e di fiumara. E, purtroppo, sappiamo che sulla nostra debolezza economia e sociale incombe sempre la minaccia di coloro che sanno e vogliono seminare tempesta. I "fatti" di Rosarno di ieri e la rivolta di Reggio Calabria dell'altro ieri devono servire di monito e lezione. A noi calabresi, ma anche a noi italiani.



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