Riscopriamo l’ingenuità dei nostri vent’anni
di FRANCO OLIVA
Pubblicato su "Il Lametino" - diretto da Franco Papitto - Febbraio 2010
Come si dice? Con i "se" non si fa la storia. Giusto, giustissimo. Ma l'interdetto non si applica ai "se" posto a premessa di una semplice fantasticheria o, magari, di un'innocua provocazione. A me capita - e con l'età che avanza sempre più spesso - di giocare con le tessere sparpagliate nella mia memoria per cercare di ricomporre in maniera diversa il puzzle degli avvenimenti vissuti. Vogliamo provare a farne uno insieme? Così, tanto per vedere l'effetto che fa. O forse per imparare qualcosa che potrebbe tornare utile nel caso in cui si riproponesse la stessa (impossibile) o analoga (mai dire mai) occasione.
Sono passati 40 anni. Anzi, per la precisione esattamente 42: era l'inizio della primavera del 1968. Sì, proprio il mitico, idealizzato, vituperato, santificato, dannato Sessantotto
Dovrete sopportare un di amarcord personale. Come contropartita vi assicuro che cercherò di essere sincero fino all'autoflagellazione.
Il 2 febbraio l'inizio dell'occupazione della Facoltà di lettere a Roma e il contestuale scioglimento di fatto dell'Orur, l'organismo rappresentativo degli universitari romani, una specie di parlamentino, con tutti i vezzi e i vizi di quello vero, quello dei "grandi". Poi gli scontri di Valle Giulia, tutti uniti contro le Forze dell'Ordine dello Stato. La spaccatura all'interno dell'Ateneo tra gli occupanti e, all'esterno, tra quelli che si erano tenuti o erano stati tenuti fuori dal Movimento. Una confusione ideologica goldoniana più che kafkiana: mani tese che si chiudevano in un pugno minaccioso e il "libretto Rosso" di Mao che sostituiva il "Mein Kampf". Chierichetti che calpestavano la cotta per predicare, con la stessa fede intransigente e dogmatica, invece del Vangelo il Capitale di Karl Marx.
In questo clima, magari divertente, la confusione regnava totale. Le parole, spesso soltanto slogan da gridare in faccia agli avversari nelle interminabili assemblee, erano la grande merce di consumo.
Alcuni (per la verità, soltanto due e mezzo, perché uno si era offerto solo di fare l'autista) di quei protagonisti decisero di dare un segno diverso a quell'eclatante esperienza. Tutto sembrava possibile, e forse lo era. Li univa la comune origine calabrese e la voglia di avere un territorio amico e conosciuto sul quale sperimentare la possibilità di quel "cambiamento" ("rivoluzione" è una parola troppo grossa e fuorviante) di cui si fantasticava nelle interminabili notti dell'occupazione dell'università.
"Territorio amico e conosciuto": suona bene, ma quanto era vero? La prima destinazione fu l'Aspromonte, che con un po' di civetteria chiamavamo il "cuore nero" della Calabria. Ma l'Aspromonte vitale e affollato della mia fanciullezza e delle mie estati da adolescente, si mostrò nella sua spoglia e desolante dimensione fuori stagione: lo poca gente rimasta, presa dalla quotidianità dei propri problemi e magari in procinto di prendere la strada dell'emigrazione, non sembrava mostrare grande entusiasmo "movimentista".
La scelta di Lamezia Terme come "base"
A 20 anni, per fortuna, non ci si scoraggia facilmente, soprattutto quando l'alternativa è lo scorno di tornare con la coda tra le gambe dando ragione a quanti avevano scoraggiato quella "spedizione". Decidemmo semplicemente di cambiare la base operativa e partimmo verso la nuova destinazione: Lamezia Terme, patria d'adozione dell'altro membro della spedizione, lattuale direttore di questo giornale.
Da seconda scelta, a un esame più attento e obiettivo (da parte mia), si mostrò subito come l'unica possibile e credibile. Lamezia Terme era nata appena due mesi prima, il 4 gennaio 1968, dall'unione amministrativa dei comuni di Nicastro, Sambiase e Sant'Eufemia. Anche allora il nuovo comune, con 55 mila abitanti, era il terzo della Calabria e il maggiore sulla costa tirrenica tra Salerno e lo Stretto di Messina e con 160,24 km² rappresentava il comune più esteso della provincia di Catanzaro ed uno dei più estesi della regione.
Lamezia si trova in una strategica posizione centrale, all'estremità occidentale dell'istmo di Catanzaro, il più stretto d'Italia, dove il Tirreno dista solo 28 km dallo Ionio. E' agevolmente raggiungibile da tutti i capoluoghi di provincia della regione: 30 km da Catanzaro, 45 da km Vibo Valentia, 77 km da Cosenza, 116 km da Crotone e 145 km da Reggio Calabria.
Il comune era ed è di rilevante importanza anche dal punto di vista, commerciale e agricolo, per la sua posizione centrale in Calabria e il suo territorio pianeggiante. Sede del più importante snodo ferroviario della regione, la Stazione di Lamezia Terme Centrale, non a caso era stato scelto come sede del principale aeroporto internazionale della Calabria, che sarebbe stato inaugurato nel giugno 1976.
In quei giorni, il 12 marzo 1968, poi, era stata istituito il primo ateneo calabrese, che sarebbe stato inaugurato nel 1972. Doveva essere un gioiellino: unica università residenziale italiana, aperta verso il Mediterraneo. Era aperta la discussione su dove dovesse sorgere. Il clima era di guerra di campanili e si sussurrava già di accordi sottobanco fatti dai ras regionali della politica. Niente di ufficiale, però, perché non si voleva scontentare nessuna fetta di elettorato: di lì a pochi mesi si sarebbero tenute le elezioni politiche nazionali, cui gli osservatori in quei tempi turbolenti assegnavano un'importanza poi risultata eccessiva per il fatto che il sistema italiano si dimostrò più ingessato e tetragono di quanto avessero mai potuto immaginare i suoi contestatori.
Il sogno del "nuovo modo di fare politica"
Ma per noi era una sfida. Quale migliore occasione per sperimentare quel "modo nuovo di fare politica" che andavamo sognando e predicando. Con una incredibile partecipazione di popolo e non solo di studenti si definì una piattaforma rivendicativa che, partendo dal problema dell'università, individuava una strategia per lo sviluppo della regione. L'indicazione di fondo era di concentrare energie e risorse per creare un grande centro che potesse fare da volano alla crescita. Era innegabile, anche in quel momento, che tale centro dovesse essere l'appena costituita Lamezia Terme per i suoi vantaggi logistici, geografici, economici. Perché non farne - si disse allora, con un po' di ridondanza retorica - la Brasilia della Calabria. Una capitale che permettesse di partire da zero scontentando tutti e nessuno: quindi, non solo l'aeroporto già deciso, ma anche l'università e, perché no?, la sede delle istituzioni della costituenda Regione Calabria. Pubblicammo anche un giornale ("Il resto d'Italia", numero 0, in attesa di autorizzazione) raccontando il nostro sogno di una "Calabria, cuneo europeo nel Mediterraneo".
Eravamo giovani, ma non del tutto ingenui. Sapevamo che non sarebbe mai successo che ilo progetto potesse essere realizzato solo con una spinta dal basso e sapevamo che i boss della "politica che conta" non avrebbero mai mollato l'osso. Riuscimmo, pero', a ottenere almeno un risultato: ogni candidato che veniva a fare un comizio (allora usavano) a Lamezia doveva esprimere la sua preferenza sulla nostra piattaforma, a cominciare dall'ubicazione dell'ateneo, altrimenti doveva fare i conti con il nostro boicottaggio. Si piegarono anche importanti capi politici, naturalmente mentendo o imbrogliando le carte. Ma il risultato era ottenuto: la gente, almeno per un po', si era sentita protagonista sulle scelte che riguardavano il proprio futuro. E - va detto con orgoglio e a merito di tutti i lametini - senza il minimo episodio di violenza.
Perché ritirare fuori dai cassetti della memoria, personale e collettiva, episodi apparentemente così lontani e superati? E' proprio qui il punto: apparentemente. I nodi dello sviluppo della Calabria sono ancora tutti, o quasi, da sciogliere. Le emergenze sono tutte lì a indicarci alle critiche e alle accuse della comunità nazionale e internazionale: sanità, istruzione, povertà, disoccupazione, mancata industrializzazione, impoverimento dell'agricoltura, disgregazione sociale. E, in prima fila, criminalità organizzata.
Il fallimento della politica e dei politici
C'è davvero qualcuno che pensa che uno solo di questi problemi possa essere risolto indipendentemente dagli altri? In effetti, c'è una sinergia perversa che rende inutili o effimeri i piccoli successi conseguiti in un campo. E c'è un'altra grande certezza: i politici, senza una pressione che venga non dal "basso", come si dice, ma dall'"alto" dei cittadini elettori, non hanno la capacità e la volontà di trovare e attuare le soluzioni necessarie. Deve finire il tempo delle deleghe in bianco. Già in occasione delle prossime elezioni impegniamoci a giudicare gli schieramenti e i candidati non in base agli slogan, per lo più vuoti o addirittura imbecilli, dei manifesti con i quali imbrattano le nostre strade. Dicano piuttosto a chiare lettere quali sono le loro ricette, le loro strategie, il loro impegno concreto per lo sviluppo della società calabrese.
Abbiamo visto che la strada fin qui percorsa non ha dato frutti. Proviamo qui a fare quel gioco del "se" di cui parlavamo in apertura. Che sarebbe successo, se quella partecipazione sollecitata e appena assaggiata nel Sessantotto fosse diventata prassi politica? Cosa sarebbe successo se si fossero concentrati gli sforzi e le risorse? Se, se, se…
Ognuno puo' avere le sue idee e sarebbe bello, e non inutile, se si aprisse un dibattito di fantapolitica su questo giornale. Non sapremo, comunque, mai come sarebbe andata a finire. Ma sappiamo bene com'è andata a finire senza quei "se". Per ricordarcelo, e per trovare le analogie con il presente, affrontiamo il secondo capitolo di quella rievocazione di 40 anni fa.
Allora regnava la politica dl compromesso o piuttosto della spartizione: perché litigare per conquistare tutta la torta? Meglio dividersela a fette: quelle più grosse ai due maggiori partiti di governo (Dc e Psi), quelle più piccole agli alleati minori (Psdi e Pri), le briciole all'opposizione di destra (Pli e Msi): Gli altri (Pci e estrema sinistra) protestassero pure.
L'Università della Calabria a Cosenza, il capoluogo della Regione a Catanzaro, una fabbrica mai partita (la Liquichimica di Saline) a Reggio, l'aeroporto a Lamezia Terme, il cementificio a Vibo, un po' di chimica a Crotone. Tutti potevano così sperare di accrescere la propria area d'influenza e di gettare in pasto alla propria clientela famelica di un po' di impieghi pubblici e parapubblici. La "rivolta" di Reggio Calabria per il capoluogo all'inizio degli anni Settanta fu domata con un po' di promesse (il pacchetto Colombo) quasi tutte disattese, come l'elefantiaco Quinto Centro Siderurgico di Gioa Tauro.
In 40 anni è cresciuta e si è arricchita solo la 'ndrangheta
Questa era la situazione alla fine degli anni Sessanta del XX secolo. Erano gli anni, anzi decenni, durante i quali l'emigrazione toccava nuovi apici, dissanguando la regione di forze lavoro vitali, depauperando le montagne e le campagne. I soldi sparsi a pioggia sul territorio dalla Cassa per il Mezzogiorno e la "rilassatezza" dei controlli sui fondi europei a sostegno dell'agricoltura (in primis, la famosa e famigerata integrazione sull'olio d'oliva) assicuravano quel po' di risorse necessarie alla sopravivenza di quelli che restavano e, soprattutto, ingrassavano un ceto parassitario politico e affaristico che non aveva nessuna voglia e tanto meno interesse a cambiare le cose.
In questa palude, c'era comunque chi sapeva muoversi sopra e sotto l'acqua, mostrando spirito imprenditoriale e capacità organizzativa. C'è da chiedersi di chi si tratta? Naturalmente della 'ndrangheta. Il fenomeno è chiaramente illustrato dalla relazione sui sequestri di persona a scopo di estorsione (relatore: senatore Pardini) della Commissione Parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari istituita con legge 1° ottobre 1996, n.509. Vale la pena leggerne alcuni stralci. Tra virgolette, la trascrizione testuale dalla relazione.
In Calabria il "boom" (la relazione parla di "enorme espansione") dei sequestri di persona a scopo di estorsione ebbe inizio nel 1970. "Fu tale il numero dei sequestri e l'alta professionalità mostrata nella gestione e nelle dinamiche delle diverse fasi del sequestro che si attribuì alle cosche calabresi una vera e propria specializzazione nel settore".
Le modalità operative della 'ndrangheta "sono simili a quelle di una vera e propria industria. E ciò sia per i profitti realizzati, sia per le dinamiche dei sequestri che coinvolgevano numerosissime persone con compiti estremamente ridotti che garantivano il massimo di sicurezza per l'organizzazione, e sia infine per le capacità veramente eccezionali di programmazione e di divisione del lavoro quando i sequestri erano attuati al Nord e le vittime erano portate al Sud".
La 'ndrangheta risolse il problema del consenso realizzando una particolare economia legata alla gestione materiale dei sequestri: "Vennero utilizzati i latitanti per la custodia degli ostaggi e nel contempo si impiegò anche gente del luogo, soprattutto giovani affiliati; una quota dei proventi del riscatto entrava nel circuito economico di alcuni paesi aspromontani, soprattutto con la costruzione di case, e contribuiva a favorire l'aspettativa economica di quelle contrade".
In quelle realtà la 'ndrangheta riuscì a far apparire il sequestro come un affare i cui vantaggi ricadevano non solo sui mafiosi, ma anche su una popolazione più vasta: "C'era anche una particolare tendenza - simile a quella sarda - di considerare il sequestro come una più equa ripartizione della ricchezza essendo i sequestrati delle persone facoltose i cui beni si presume che non siano stati acquisiti solo con i proventi del lavoro".
Grazie ai sequestri, si accumulò in quegli anni "un notevole capitale che è stato impiegato per finanziare altre attività criminali. Una parte di esso venne investito nell'edilizia. A Bovalino, paese della ionica reggina, c'è un quartiere che gli abitanti chiamano Paul Getty, dal nome del famoso ragazzo sequestrato a Roma il 9 luglio 1973 e rilasciato il 15 dicembre dello stesso anno dopo il pagamento di un riscatto di 1 miliardo e 700 milioni, una cifra enorme per l'epoca, la più alta di quel decennio".
Con i proventi dei sequestri "furono comprati camion, autocarri, pale meccaniche e si diede vita alla formazione di ditte mafiose nel campo dell'edilizia le quali parteciparono alle gare per gli appalti pubblici, a cominciare da quelli per la costruzione, mai realizzata, del quinto centro siderurgico a Gioia Tauro. Un'altra parte di quel denaro, probabilmente la quota più rilevante, fu investita dapprima nel contrabbando delle sigarette estere e successivamente nell'acquisto di droga. La 'ndrangheta si inserì in quello che era il più grande business mafioso. Il ciclo dei sequestri di persona schiudeva il ciclo del traffico degli stupefacenti".
La continuazione è cronaca di questi anni.