Intervista allo scrittore Mimmo Gangemi: "In Calabria, siamo tutti in libertà condizionata”

 di FRANCO OLIVA

Pubblicato su "Il Lametino" - direttore Franco Papitto - Febbraio 2010

 

"La Stampa" con tre articoli da prima pagina in una sola settimana e "Il Giornale" con una lunga intervista e un botta e risposta con il direttore Vittorio Feltri: due quotidiani di grande tiratura e di diversa ispirazione politica e culturale, per cercare di capire che cosa stava succedendo in Calabria nelle occasioni quasi contemporanee dei "fatti" di Rosarno e della bomba alla Procura Generale di Reggio Calabria, si sono rivolti a Mimmo Gangemi, autore di un libro ("Il giudice meschino") appena pubblicato da una delle case editrici più importanti d'Italia, la Einaudi. E' stata la consacrazione non solo dello scrittore, ma di un opinionista di razza, di quelli che non si affidano a luoghi comuni, magari lucidati e presentati con sicumera in forma dotta e letteraria, ma che riescono a scandalizzare dicendo quello che non ti aspetti e aprendo squarci di comprensione della realtà.

Gangemi ha affrontato con equilibrio, passione ma anche ironia temi che tante volte avevamo discusso insieme nelle interminabili notti della dolce estate di Santa Cristina d'Aspromonte, la nostra comune Betlemme. Per anni, da quando lui era più piccolo di me a quando siamo diventati coetanei. Ogni volta che i nostri percorsi si sono incrociati: io in giro per il mondo e lui radicato nel territorio tra l'Aspromonte e la marina, a Palmi dove adesso vive, lavora e scrive. Naturalmente, ne abbiamo parlato anche ora che, per l'ennesima volta, la nostra Calabria è tornata alla ribalta nazionale e internazionale. E non certo in termini positivi. Siamo grati al "Lametino" che ci offre la possibilità di continuare la nostra discussione pubblicamente, per avviare un dibattito vitale per la nostra identità e per il futuro della nostra regione.

Quell'Italia che ci vuole eroi per forza

Mimmo, nei tuoi interventi sui media hai saputo vestire i nuovi panni di commentatore con una modestia e una facilità che ha sorpreso anche me che ti conosco da sempre e che mi considero uno dei tuoi più appassionati supporter come scrittore. Non era facile, ma hai saputo cogliere il codice giusto da usare. Hai capito, istintivamente, che, non essendo un giornalista, non hai bisogno di essere o almeno di mostrarti "obbietivo". Il tuo linguaggio è diretto. Le cose di cui parla sono il tuo vissuto quotidiano. Le tue sensazioni le hai vissute e le vivi sulla tua pelle. E così le tue paure, che hai il coraggio di non nascondere, fottendotene del sopracciglio alzato degli eroi di complemento.

"Sì, di quell'Italia che ci vuole eroi. Ci vuole insigniti di medaglie alla memoria. S'accorge di noi solo quando il boato è troppo forte. E non fa caso alla vita che qui si conduce. Resta che la 'ndrangheta è padrona del territorio. E che noi calabresi siamo prigionieri di pochi che governano tutto. Al massimo si può' dire che godiamo di un regime di libertà condizionata. Parvenza di libertà. Liberi finché non si cozza contro gli interessi anche minimi dei pochi che decidono i destini di tutti. A tal punto da non poter comprare impunemente un pezzo di terra confinante, né vendere a chi più aggrada, né partecipare agli appalti, né mettere su un'attività. Né, a volte, votare le proprie idee. Tanta ancora la gente che le deve sottomettere al bisogno".

Libertà condizionata: è un termine, un'immagine forte. Una società, quella cosiddetta "civile", condannata a vivere quotidianamente con la paura e la circospezione; mentre un'altra società, quella che si autoproclama "onorata", in grado di imporre la propria legge di sopruso e crimine. Dove può portare una situazione del genere?

"Finisce che dalla libertà condizionata si decide di passare agli arresti domiciliari. E ci si rintana dentro casa, nulla si fa per progredire, si sogna un futuro altrove, si fa finta di non vedere. Ecco perché noi calabresi non reagiremo. Intendiamo esercitare il sacrosanto diritto di avere paura. Qui siamo impregnati di 'ndrangheta. Li troviamo ovunque, anche nei cortei antimafia. Magari in prima fila, con le facce più afflitte, con la voce che si leva più alta alla condanna. Magari con la fascia di traverso o dietro un vessillo importante. Perciò, cominci lo Stato".

Ai tempi dell'assassinio del presidente del Consiglio Regionale Francesco Fortugno, l'allora del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi lanciò un forte e accorato appello: «Calabresi, reagite, l'Italia è con voi». Quell'appello è andato quindi inascoltato?

"Beh, era chiedere troppo. E noi infatti non abbiamo reagito. Perché qui dobbiamo continuare a vivere. Assieme alla 'ndrangheta".

La definizione della 'ndrangheta nelle lacrime di mia mamma

Ma che cos'è la 'ndrangheta? In uno dei tuoi commenti sulla "Stampa" hai scritto che la migliore definizione di 'ndrangheta che ti veniva in quel momento erano "gli occhi preoccupati di mia madre, 88 anni, e la lacrima che le si è staccata al primo battito di ciglia, appena ha scoperto che scrivo di 'ndrangheta". E' terribile. Un'immagine efficace, ma che spezza il cuore a chi, come noi, sa quanto essa sia vera e stringente. Ma prova ora a dare una tua definizione diciamo così più sociologica.

"E' un'organizzazione potente, spietata, appena sfiorata dal fenomeno del pentitismo. La 'ndrangheta è dura da sconfiggere, perché entra nelle case, sorride e porge la mano, lusinga, soccorre a volte - seppure ne chieda sempre il prezzo - e si compone di gruppi di famiglia difficili al tradimento. Qui la 'ndrangheta sono le persone che incontri per strada e con cui scambi parole e cortesie, qui è forte delle ricchezze accumulate dal niente, qui fa invidia ed esempio. Qui diventa Stato, se ne sostituisce. Questo ha imparato a farlo bene: ormai non si accontenta di orientare i voti su persone gradite, ma candida i suoi rampolli, prova a farli sindaci, deputati regionali, parlamentari. Adesso può, perché li ha mandati a studiare, li ha armati di lingua e del sorriso accattivante, ha dato loro modi che ingannano di rispettabilità".

E lo Stato? E tutti i proclami sulle vittorie riportate contro la criminalità organizzata?

"Danni ne ha anche causati lo Stato, con il tentativo, mal riuscito, di spacciare, attraverso falsi successi, un controllo del territorio che invece era ed è della 'ndrangheta. Non tanto perché si sia impadronita di posti inaccessibili. Ma per la capacità di creare nelle popolazioni un distacco psicologico rispetto a ciò che succede intorno. E quindi rispetto alle istituzioni. Il calabrese non reagirà se prima non si mostra lo Stato, dando segni concreti di presenza. Oggi non si riconosce allo Stato la capacità di governare il territorio, di essere Stato. E molti pensano alla 'ndrangheta come all'unica struttura in grado di garantire un certo ordine, il suo ordine. È stato troppo spesso indifferente, lo Stato. Non basta che si mostri in occasione di morti eccellenti, di casi eclatanti. Deve esserci sempre. Senza tapparsi gli occhi di fronte alle fortune che cambiano padrone o a un mondo imprenditoriale in mano a pochi. Sia Stato. E non ci chieda di diventare eroi".

Ho la sensazione che l'Italia non sia davvero con noi

E gli italiani, i cittadini comuni? Lasciamo perdere quelli che non si sforzano nemmeno di capire che cosa succede da noi e che approfittano di questo continuo esplodere di fatti e notizie eclatanti sulla criminalità calabrese per alzare alti latrati sulla nostra presunta diversità e sulla sottocultura che regnerebbe nelle nostre terre e nei nostri animi. Ma ci son anche i cittadini perbene, quelli che affermano di essere dalla nostra parte.

"Ho la sensazione che  l'Italia non sia davvero con noi. Con noi ci siamo soltanto noi. All'indomani del clamore, l'Italia se ne va. È sempre successo così. E magari torcerà il muso davanti ai tg mentre se ne sta su una comoda poltrona dentro una comoda casa di una comoda città. Noi invece, crocifissi qui".

Mimmo, non si tratta del solito vittimismo piagnone, della solita autocommiserazione impotente di quelli che Gianni Agnelli bollava sprezzantemente come gli "intellettuali della Magna Grecia"?  

"Non mi sento un tipico "intellettuale" della provincia meridionale. Ho fatto sempre l'ingegnere, come libera professione e alle dipendenze di Comuni e aziende sanitarie pubbliche. Ma fare l'ingegnere, in Calabria, non significa (o, almeno, non solo) chiudersi in studi colmi di rotoli di progetti e tavoli luminosi su quali tirare sapienti linee. Qui da noi, significa stare sul campo, avere a che fare con professionisti e piccoli imprenditori che difendono i loro progetti e le loro quote di mercato con i denti e, quando non basta, con la lupara e il tritolo. Quasi sempre sai con che hai a che fare, anche se non è il tuo mestiere di giudicare al di là e al di fuori dei parametri tecnici. Comunque, impari a vivere, come si dice".

Ma noi da questa terra non ce andremo

Le tue considerazioni sono pesanti, traspirano frustrazione se non proprio rassegnazione. Ma conosco direttamente la tua voglia e piacere di vivere, di essere padre, marito e figlio, la tua generosità nell'amicizia, e il tuo entusiasmo per nuove iniziative. Sono sicuro che non vuoi chiudere con un messaggio finale improntato a un fosco pessimismo. E allora ti chiedo più esplicitamente: non c'è proprio più niente da fare? Dobbiamo cedere armi e bagagli ai padroni illegittimi del nostro territorio?

"Ho l'amaro in bocca. Di primo impulso, se in questo momento mi chiedessero cosa fare del nostro futuro, risponderei "andiamocene, mai riusciremo a sconfiggere la ndrangheta". Poi penso alla stragrande maggioranza di persone perbene, alle radici che non è giusto recidere per le colpe di pochi, a questa mia terra bellissima e martoriata, penso che non saremmo noi stessi nel posto scelto per fuggire,  penso che qui c'è l'aria che già fu fiato di mio padre, che qui riposano i miei morti, che incatenano più dei vivi. E resto".

Ne siamo certi: Mimmo resterà e riuscirà a dare un crescente contributo alla conoscenza e alla ricerca di soluzioni per la nostra Calabria. E' riuscito ad andare in pensione, qualche mese fa a 59 anni, evitando incidenti di percorso e mantenendo la sua rispettabilità e professionalità. E finalmente ha potuto dedicarsi al sogno della sua vita: scrivere, scrivere, scrivere. Non roba tecnica e nemmeno saggi eruditi di storia paesana. La sua passione, anzi la sua vocazione era la narrativa, con una forte predilezione per il giallo, con sfumature più o meno accese. Lì ha messo a frutto la sua capacità di ascoltare e di discutere, di annotare aneddoti, di guardare con occhi attenti e amorevoli il paesaggio, la sua attenzione per la gente con la simpatia per i più umili e il sarcasmo verso l'arroganza delle classi benestanti, la sua conoscenza dei meccanismi sociali. Tutto questo abbiamo trovato nel suo recente romanzo "Il Giudice meschino", che ha mietuto giudizi positivi quasi imbarazzanti dai critici togati (paragoni con Alvaro, Sciascia, Camilleri da par tremare le vene dei polsi…) e che è stato accolto con grande successo di vendita e partecipazione popolare nelle presentazioni organizzate in tutta la regione e a livello nazionale.



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