Olio d’oliva: non basta sopravvivere

di FRANCO OLIVA

Pubblicato su "Il Lametino - direttore Franco Papitto - Maggio 2010

 

Ormai la campagna olivicola 2009-2010 è agli sgoccioli e presto si ricomincerà a scrutare gli alberi per cercare di capire come sarà la prossima in termini di quantità e qualità. Secondo la regola dell'alternanza, a livello nazionale l'anno prossimo si dovrebbe avere una raccolta abbondante, da carica. Buone notizie, dunque. Ma fino a un certo punto: con tutto l'ottimismo disponibile, non si riesce a vedere l'uscita dal tunnel in cui il settore si è imbucato da qualche anno.

Prezzi bassi per i produttori, nuova normativa sull'origine solo a partire dai frantoi, disaccoppiamento aiuti/produzione, aggressività nuovi produttori: un mix che potrebbe rivelarsi micidiale per l'olio d'oliva italiano e per i suoi produttori veri che - ormai di può dire senza esagerare - rimangono eroicamente legati ai loro campi e alle loro piante.

In Italia le aziende olivicole sono circa 1 milione, mentre quelle specializzate sono circa 370.000. Per grandi estensioni di oliveto servono per la raccolta grandi quantità di mano d'opera e per non brevi periodi: infatti la meccanizzazione della raccolta non è molto diffusa, talvolta è addirittura irrealizzabile, traumatica, e quasi tutti i sistemi migliori adottati sono manuali. Peraltro la progressiva carenza di mano d'opera orienta sempre più le aziende di una certa dimensione a dotarsi di strumenti per la raccolta meccanica o agevolata.

Occorrono sempre più investimenti per stare al passo con i costi e gli standard qualitativi e per sopperire alla cronica mancanza di manodopera. Da uno studio fatto nel 2005 dal ministero del Lavoro, si rileva che il 30% delle aziende occupa dai 3 ai 5 dipendenti, un numero di dipendenti superiore a 5 si riscontra principalmente nelle aziende di produzione e trasformazione e nelle cooperative-frantoi. Il 50-60% delle aziende occupa soltanto 1-2 unità, e solo circa il 10% ne impegna più di cinque. Il fenomeno del contoterzismo è abbastanza radicato in tali aziende.

Ma dove trovare le risorse necessarie per restare competitivi nel mercato? I prezzi sono sempre quelli, anzi tendono a stagnare se non proprio a scendere a livelli insostenibili. L'ultima campagna è stata una grande delusione. La quotazione dell'olio d'oliva sulle principali piazze è scesa anche al di sotto di € 2 al kg. Quello dell'olio di sansa al di sotto di € 1,20.

Sofferenza anche nei consumi

Anche dal punto di vista dei consumi il settore dell'olio continua a mostrare segnali di sofferenza. Il 2009 è stato un anno difficile per gli oli confezionati, sia sul mercato interno che estero. In ambito nazionale, la riduzione delle vendite riguarda soprattutto la categoria dell'olio d'oliva, peraltro già in declino da diverso tempo. Tuttavia, a preoccupare è soprattutto la sofferenza dell'extravergine, fascia trainante dell'intero comparto, che ha perso quasi il 10%. Il sansa, in compenso, ha guadagnato posizioni (+23,6%).

Nel complesso, l'olio confezionato ha registrato nel 2009 un calo pari al 10,6%. Unico dato positivo, quello relativo alle categorie Dop/IGP e al 100% italiano, che hanno goduto di un aumento del 14%. Un risultato, però, che incide poco sulle vendite interne, poiché i volumi relativi a tali categorie rimangono infatti ancora esigui: poco più del 6% dell'intero mercato. Inoltre, la crescita di questo segmento non riguarda la Grande Distribuzione, dove si calcola una perdita, anche per l'olio tutto italiano e a denominazione di origine controllata, superiore a quella registrata dai prodotti di marca.

Anche per l'export, il 2009 si è rivelato un anno tutt'altro che brillante. Le vendite sono in calo su tutte le varietà (-9%), soprattutto per l'oliva, che ha perso il 14%. La tendenza, dopo alcuni anni di buone performance, si spiega con la congiuntura economica negativa a livello mondiale, che ha rallentato le vendite soprattutto nei primi mesi dell'anno. A ciò deve aggiungersi la competizione sempre più serrata con alcuni Paesi che hanno avviato di recente la produzione (Australia, Nuova Zelanda, Argentina, Cile). Su questo versante, la concorrenza spagnola ha saputo reagire con maggiore fermezza, puntando sui prezzi concorrenziali e sulla promozione all'estero del prodotto, mettendo a segno una crescita del 10% per le esportazioni degli oli confezionati.

L'olivocoltura italiana ha il fiato corto

In questo nuovo regime di concorrenza, gli italiani stanno mostrando il fiato corto, dopo aver dominato per secoli il commercio internazionale del settore. Con una produzione totale che nel 2009 dovrebbe attestarsi intorno alle 500mila tonnellate contro le 600mila del 2008, l'Itali occupa il secondo posto in Europa per produzione di 'oro verde' dopo la Spagna (circa un milione 200 mila tonnellate). Contrariamente a quanto si pensa comunemente, non siamo autosufficienti: per coprire  il consumo annuo, a livello nazionale, pari a 14 kg pro capite (in totale 700 mila tonnellate), siamo costretti a importare olio d'oliva dall'estero. Nel 2009 sono servite 200 mila tonnellate. Altre 200 mila tonnellate sono state importate per essere poi imbottigliate e successivamente rivendute sui mercati esteri., con un apprezzabile valore aggiunto.

Ma ora anche produttori tradizionali mediterranei come i tunisini, i turchi, i siriani, i greci stanno facendo lo stesso ragionamento che hanno fatto già qualche anno fa gli spagnoli: noi vendiamo gran parte del nostro olio sfuso all'Italia che lo imbottiglia, da solo o in misture di varia provenienza, e lo rivende sul mercato interno e all'estero lucrando un valore aggiunto che è solo di natura commerciale. Ma perché dobbiamo pagare il prezzo di un'intermediazione che, nel mondo sempre più piccolo nel quale operiamo, non ha più alcun senso. Perché non possiamo vendere direttamente il nostro marchio si diversi mercati?

Dalle parole ai fatti, con investimenti all'interno per migliorare la qualità di tutto il processo produttivo, dalla coltivazione alla molitura e al packaging finale e all'estero con aggressive campagne promozionali. La risposta dell'Italia è timida sia nella qualità che nella quantità. C'è stata un'eccessiva confidenza sugli effetti del Regolamento UE sull'etichettatura con l'indicazione della provenienza delle olive utilizzate, in vigore dal 1° luglio 2009, che non ha finora apportato quel valore aggiunto che, al momento della sua approvazione, gli operatori si attendevano. Ma soldi e attività promozionali se ne sono visti pochi: 3 milioni di euro co-finanziati dall'Unione Europea contro i 16 messi in campo dalla Spagna. Idee poche, sempre le stesse come la partecipazioni a un po' di Fiere dove guadagnano soprattutto gli organizzatori e si fa un po' di turismo a basso costo.

L'Italia resta ancora l'unico tra i grandi produttori a non avere un Piano olivicolo nazionale, che indichi strategie e risorse per assicurare un futuro a un settore che ha profonde ricadute economiche, sociali e ambientali con il suo patrimonio di 250 milioni di piante. L'ulivo è un albero particolare: impiega anni e volte secoli per arrivare a una produzione adulta. Nessuna pianta è uguale all'altra. Alcuni coltivatori le identificano e le chiamano  addirittura per nome come fanno i pastori con i loro animali. Il miglioramento delle colture e di tutto il ciclo di lavorazione delle olive e della produzione dell'olio è il risultato dell'utilizzazione di tecnologie sempre più avanzate che stanno cambiando il modo di fare l'olio, ma anche il paesaggio del nostro territorio, ridimensionando le piante per  una meccanizzazione della raccolta che non dipende più dalla tramontana che staccava dall'albero il frutto che veniva raccolto dalle mani rattrappite delle raccoglitrici stagionali.

Un rischio per la Calabria la deriva del settore

La nuova politica europea del  "disaccoppiamento", che dà gli aiuti a prescindere dalla produzione, ha rotto questo rapporto quasi fisico. Ora, molti proprietari degli uliveti scelgono le piante più belle, quasi monumentali, le espiantano e le vendono ai neo-ricchi che vogliono decorare le loro ville in Brianza o in Costa Azzurra, aggiungendo quarti di antichità alle loro recenti fortune. Alcuni, poi, ripiantano alberi più "moderni" e produttivi, altri invece si limitano a prendere i soldi europei disinteressandosi della produzione.

Il rischio di una deriva del settore è forte. E dovrebbe essere ancora più avvertito e contrastato nelle regioni meridionali e, in particolare, in Calabria che negli ultimi due anni di seguito ha occupato il primo posto, superando la Puglia, tra le regioni italiani produttrici, attestandosi intorno alle 170 mila tonnellate di olio d'oliva. D'altra parte la Puglia, la Calabria e la Sicilia hanno un'incidenza nella produzione nazionale di circa il 90% su tutto l'olio di oliva prodotto in Italia.

I produttori calabresi hanno mostrato di credere ancora nel loro prodotto investendo risorse e intelligenza per migliorare la qualità e per modernizzare il settore. I riconoscimenti ottenuti dai suoi DOP - in primo luogo quello del territorio di Lamezia - ne sono una prova. La Regione Calabria, chiunque vinca le elezioni, deve impegnarsi a prendere un'iniziativa seria e veloce prima confrontandosi con le forze produttive regionali e poi con il governo nazionale per concretizzare una politica non solo di sopravvivenza, ma anche di sviluppo del settore olivicolo. Prima che sia troppo tardi.

 

Franco Oliva è stato Direttore Esecutivo Aggiunto, responsabile della promozione, del COI - Consiglio Oleicolo Internazionale di Madrid

 

 

 

 

 



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