Una pietra nello stagno

di FRANCO OLIVA

Pubblicato su "Il Lamettino" - diretto da Franco Papitto - settembre 2010

 

Ha funzionato: abbiamo gettato una pietra nello stagno e le acque si sono smosse producendo i primi cerchi. In realtà, anche se molto simili tra loro, erano due le pietre lanciate nel precedente numero del "Lametino": l'intervista a un noto imprenditore di Lamezia che spiegava le ragioni per le quali aveva deciso di gettare la spugna dopo decenni di attività e la provocatoria proposta di rinunciare ai fondi straordinari per lo sviluppo dell'economia calabrese. In questa edizione, pubblichiamo i significativi interventi di tre autorevoli imprenditori: Pippo Callipo, ex presidente della Confindustria Calabria (oltre che candidato alla presidenza della Regione alle ultime elezioni); Giuseppe Panarello, affermato commerciante lametino; e Tommaso Lucia, giovane industriale di successo. A corollario, un pezzo-invettiva dello scrittore Mimmo Gangemi, che nel suo stile immediato e sanguigno si scaglia contro coloro i quali - veri nemici dell'unita d'Italia - vogliono mantenere in uno stato di minorità il Sud, citando il controverso caso della sanità.

E' davvero interessante e confortante verificare la serietà dell'analisi e la passione civile che tutti questi personaggi esprimono. Diciamocelo subito: passa da qui - e soltanto da qui - la speranza di riuscire un giorno, finalmente, a trovare la quadratura del cerchio della crescita sociale, economica e civile della nostra regione. Il professore Luca Meldolesi, nel suo libro "Il nuovo arriva dal Sud", che abbiamo citato e che citeremo abbondantemente su questo tema, si dice convinto che "a prima vista sembra impossibile trovare una strada 'onesta' al cambiamento", ma, aggiunge, "l'esperienza di numerosi operatori locali (i miei collaboratori inclusi) mostra che ciò 'non' è completamente fuor di portata". Naturalmente, a certe condizioni, prima fra tutte quella di "mettere da parte falsi pudori per capire, senza mezzi termini, 'come' stanno effettivamente le cose e 'perché'."

I nostri interlocutori non si sottraggono alla sfida, ognuno mettendo l'accento sugli aspetti che maggiormente lo coinvolgono. Callipo non risparmia nessuno dei responsabili del degrado: l'inefficienza della pubblica amministrazione, la 'ndrangheta che vessa, l'assenza completa dello Stato, l'immobilismo di tante associazioni di categoria, i sindacati bloccati su posizioni e manifestazioni, l'assenza di visione e programmazione della politica. Ma l'ex presidente di Confindustria Calabria non si limitare a puntare il dito verso i colpevoli: "La responsabilità dei nostri mali - afferma - non è degli altri… è innanzitutto nostra." Ed egli, assicura soprattutto ai giovani, non si è tirato e non si tirerà indietro: "Se vogliamo davvero rilanciare la Calabria e tutto il Mezzogiorno non possiamo aspettarci che lo faccia questa classe politica". 

Ma come vengono impiegati i Fondi?

Per quanto riguarda più specificatamente i finanziamenti pubblici, secondo Callipo, "il problema non è tanto la loro utilità o meno, ma come vengono impiegati e soprattutto chi controlla e verifica ciò che viene realizzato".

Sembra questo il punto. Ne conviene anche Giuseppe Panarello: "E  se mettessimo in discussione  'il  chi e il come' sono stati gestiti i fondi straordinari? E se cominciassimo a dire che il ceto politico che ha governato l'intervento straordinario è inutile e inadeguato a darci valore? E se anziché spigolare sulla quantità di fondi cominciassimo a valutare i risultati conseguiti e conseguibili? E se la nuova questione meridionale si trasformasse dalla quantità di risorse da destinare alla quantità di risultati?  E se trasformiamo l'intervento straordinario in opportunità anziché in saccheggio?"

Se, se, se… Domande più che pertinenti, ma le risposte? All'imprenditore lametino non sa che farsene delle parole: "Tutti hanno ricette, ma nessuno - accusa - lavora alla costruzione degli ingredienti; tanti cercano l'oro e pochi imbracciano i picconi". Le idee e i fatti "camminano sulle gambe degli uomini: si rischierà la banalità ma la questione meridionale è diventata oggi, in tutta evidenza, una questione di classe dirigente, non solo politica".

Il giovane imprenditore Tommaso Lucia sembra essere d'accordo, anche se a suo parere la cerchia dei veri colpevoli andrebbe circoscritta al livello regionale. E, infatti, tesse "l'elogio delle amministrazioni centrali". Dice: "Fino a quando le risorse sono state amministrate dal ministero dello Sviluppo, dal ministero dell'Economia, dall'allora dipartimento delle politiche di coesione di Fabrizio Barca, i risultati positivi ci sono stati e si sono visti: per quanto di poco, il gap si era ridotto. Nel momento in cui sono subentrati altri enti, la situazione è diventata disastrosa."

Nostalgia della Cassa per il Mezzogiorno?

Addirittura nostalgia della famigerata Cassa del Mezzogiorno, la grande dispensatrice della Prima Repubblica? "Assolutamente sì," risponde Lucia con sicurezza. "Allora esistevano i ministeri centrali che facevano la programmazione economica." Sembra una bestemmia, giudicando con il senso corrente. Ma si tratta di una posizione meno isolata e blasfema di quanto sembri a primo acchito. Persino uno dei guru della programmazione, il professore Nicola Rossi, in un suo recente polemico studio ha fatto scandalo con un inatteso elogio dei "forchettoni meridionalisti", anche se non si puà fare a meno di leggere la sua ironia quando scrive: "Ai 'forchettoni straordinari' di cinquant'anni fa dobbiamo la scomparsa della malaria, il risanamento igienico di circa 300 mila ettari di paludi e la liberazione dalle periodiche esondazioni di ulteriori 400 mila ettari, la realizzazione di una rete di bacini di accumulazione idrica e dei relativi schemi di interconnessione" e così via. Non una parola sui limiti dell'intervento straordinario, sulle diverse fasi che l'hanno caratterizzato, sul declino a cui è andato incontro e che ha condotto alla sua dissoluzione, tra sprechi, ruberie, scandali e recriminazioni. Il prof. Meldolesi mette a nudo il ragionamento recondito del collega Rossi, dietro le "amnesie": "Se il Sud, la sua classe dirigente e la pubblica amministrazione sono quelle che sono… conviene tornare all'antico, allo stato centrale, alla vecchia programmazione - tipo Cassa del Mezzogiorno."

E', in pratica, quello che dice nell'intervista al "Lametino" il giovane imprenditore Lucia, che sicuramente non è una voce isolata. Il professore Rossi nella sua marcia indietro verso  la Cassa del Mezzogiorno era però arrivato dopo aver attaccato frontalmente il Sancta Sanctorum del DPS, il Dipartimento per le politiche di sviluppo e coesione del ministero dell'Economia, sotto la gestione di Fabrizio Barca, eleogiata e portata come esempio da Tommaso Lucia, e non solo da lui.

Il professor Rossi, dopo aver sottolineato che "l'unica cosa sicura  è che le previsioni sul decollo del Mezzogiorno vengono smentite con regolarità ogni anno e ogni anno rinviate all'anno successivo", esamina i progetti finanziati dal DPS e i rapporti inviati a Bruxelles. "Bisogna vederli da vicino alcuni di questi Progetti per lo Sviluppo… solo così, infatti, è possibile comprendere dove e come le risorse riversate sul Mezzogiorno si sono disperse senza lasciare traccia, senza incidere sui limiti strutturali dell'area." E, quel che è più importante, "senza concorrere  a cambiate il modo di essere del Mezzogiorno." Anzi, "contribuendo in maniera significativa a perpetuare proprio quei comportamenti delle classi dirigenti meridionali messi all'indice dai rapporti del Dipartimento." Questi rapporti, poi, inviati alla Commissione Europea per giustificare l'assegnazione dei fondi per lo sviluppo, onoravano la forma, ma ben poco la sostanza. "Essi presentavano soltanto un lavoro di tipo procedurale e processualista (tot di iniziative, tot di riunioni, tot di partnership e così via), mentre in pratica, non contenevano informazioni dettagliate e affidabili sui risultati economici (di produzione, occupazione, ecc.) effettivamente raggiunti dai diversi progetti finanziati."

Una stucchevole guerra dei numeri

Si è tratta, dunque, di promuovere un semplice rispetto dei tempi e delle quantità: quello di cui tanti amministratori meridionali sono andati a lungo orgogliosi. Il vezzo, o il vizio, continua a condire le stucchevoli diatribe tra politici locali in cerca di visibilità e di medaglie di cartone. Esempi recenti, da noi, la "guerra" di cifre tra Agazio Loiero e Giuseppe Scopelliti, in campagna elettorale, e - appena di questi giorni - il botta e risposta tra la finiana Angela Napoli e i berlusconiani della giunta regionale.

Fatto sta che "le capre e i cavoli della programmazione 1994-1999 sono stati salvati con questa soluzione; e così è poi avvenuto per quella 2000-2006: senza 'sottilizzare', s'intende, sul come e sul dove sono finiti i soldi." Lo stesso succederà, presumibilmente, con la programmazione in corso, 2007-2013.

Ed ecco, allora, che siamo ritornati al punto di partenza. Ben vengano i fondi europei, i fondi straordinari, i Fas, e chi più ne ha più ne metta. Ma a un patto: evitare il rischio della mancata trasparenza, dietro la quale si nascondono gli abusi, gli sprechi, le malversazioni. E scongiurare i "tre flagelli" che, secondo il professore Meldolesi, imperversano sul Mezzogiorno: clientelismo, corporativismo, illegalità. Sarebbe una rivoluzione, ma come dice l'ex presidente di Confindustria Calabria, "le rivoluzioni sono possibili, ma solo se condivise e realizzate insieme". Che  ne dite?

 



Stampa l'articolo

SPECIALI