Nuovo attentato ai magistrati calabresi: Il rantolo dell'orco

di Mimmo GANGEMI

Pubblica su "La Stampa" - Agosto 2010

 

L'insipienza. Mi auguro sia solo questo. Insipienza - e mi tengo leggero - perché non è ammissibile che magistrati come il Procuratore Generale Di Landro, in prima linea e che stanno ottenendo risultati esaltanti, e mai visti prima, contro la 'ndrangheta, siano stati lasciati indifesi ed esposti ad agevoli rappresaglie. Per indurre a un'adeguata protezione bastavano i due precedenti: la bomba di gennaio sul portone della Procura da lui diretta e, più di recente, i bulloni delle ruote della sua auto svitati con dolo, come ha accertato la perizia tecnica. Buon senso e un quoziente intellettivo modesto, senza grandi picchi cerebrali, avrebbero preteso la decisione di scortare e proteggere il Procuratore ovunque, anche al bagno mentre faceva la pipì. Invece, nessun pattugliamento fisso. Mah! Già li sento: si giustificheranno che non ci sono uomini e mezzi sufficienti e che ci sono stati i tagli del Governo centrale. Ma, Dio santo, è il Procuratore Generale di Reggio, è uno di quelli che hanno finalmente aperto uno spiraglio d'azzurro in un cielo prima cupo e chiuso su ogni lato. Comunque, speriamo si sia trattato d'insipienza. Speriamo che dietro non si nasconda qualcuno, assiso a mezz'aria tra il cielo e la terra, a cui convengono altri Falcone e Borsellino, altra paura da trasformare in guadagni, altri personaggi, meno rumorosi, se non silenti del tutto, se non compiacenti, se non asserviti, da piazzare ai posti dei vari Di Landro, Pignatone, Creazzo, Gratteri, Vitiello, eccetera.

La paura. L'obiettivo è incutere paura a uomini che stanno assestando colpi duri alle 'ndrine, con arresti cui seguono severe condanne e, ancor più, con i sequestri di beni che trasudano del sangue di altri. Sanno, gli 'ndranghetisti e i loro compari incravattati, che urge trovare rimedi per arginare un'emorragia che li svuota di botto degli sforzi e dei sacrifici - si fa per dire - di un'intera vita. Sanno, gli 'ndranghetisti e i loro compari incravattati, che il coraggio è di chi non ha nulla da perdere e che, per smarrirlo, potrebbe bastare - spesso è bastato, quando non hanno fatto da bilanciere orgoglio e fierezza - insinuare l'idea del "tengo famiglia", che induce a più miti consigli e, chissà?, magari a far sì che i fascicoli s'impolverino in un armadio dimenticato. Hanno messo in campo la ferocia perché questi volti nuovi stavolta, finalmente, hanno imboccato la strada giusta e sono riusciti a mettere in crisi un sistema di potere ben oliato, ingranaggi che s'incastravano alla perfezione, senza un cigolio, un sodalizio tra colletti bianchi e malavita organizzata collaudato, "fin qui arrivo io, dal sangue in poi ci pensi tu". Avessi delega del Padreterno, e della Legge dell'uomo, questi signori in vestito e cravatta, di casa nostra o arruolati altrove, o manovratori che stanno a cassetta, limbacci bavosi con un grumo di peli al posto del cuore, con nulla da invidiare agli altri galantuomini che brindavano sulla disgrazia dell'Aquila, li infilerei a testa in giù nel capiente water di un trafficato orinatoio pubblico: che gusto nel tirare la corda dello sciacquone.  

L'assurdo. Ammoniscono, gli 'ndranghetisti, prima di colpire. In Sicilia, negli anni più bui, sarebbe stata bomba addosso. Qui, no. Qui, non ancora - ma fino a quando? Qui, dovessero arrivare a uccidere, per decisione propria o per richiesta di qualcuno che tira le fila, magari si sentirebbero anche a posto con la coscienza, da poter prendere la Comunione nella Messa cantata: hanno mandato il primo, il secondo, il terzo avvertimento, senza che il destinatario si aggiustasse la testa; quale perciò la loro colpa? Più segno di questo ch'era stanco di vivere. Di fatto, né più né meno che un suicidio, di cui loro gli innocenti artefici. Rilevo che, tra i moventi del gesto, trovano spazio anche i 300 arresti tra Calabria e Nord Italia. Dissento. Sul fronte nostro, nessun nome che conti davvero, né credo al "Crimine", il capo dei capi, quelli giocavano alla 'ndrangheta. Altre sono state le operazioni importanti. Tante altre, non questa.

La scelta. È caduta sul Procuratore Generale Di Landro perché sta in cima alla piramide della trovata efficienza - colpire lassù significa scuoterla fino alle fondamenta, un monito per tutti - perché a lui attiene la richiesta o meno dei processi di appello, magari dopo un primo grado di giudizio generoso di assoluzioni e molle di condanne, perché anche a lui attiene la revisione o meno delle sentenze sui beni sequestrati. Non è cosa da poco, quando è il dio denaro a regolare tutto e quando l'onore e il rispetto sono diventate solo vuote e ingannevoli parole, che stonano sulla bocca di chi prospera sulla morte, di chi la traffica, di chi la affonda e la seppellisce persino là dove vive con la sua famiglia.

Le ombre. Ce ne sono, tante. Si mescolano al buio. E fanno più scura la notte. In precedenza erano stati svitati i bulloni della macchina di un altro magistrato ed era stata piazzata una cartuccia carica sul parabrezza del mezzo blindato in uso al Procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo. È successo all'interno dei parcheggi del Cedir, in garage riservati, dove hanno accesso solo forze dell'ordine. Ancor prima, il mistero della microspia a corto raggio in una stanza del tribunale. Non ci vuole grande scienza per capire che qualcuno s'è venduto. Talpe. Topi di fogna, anzi. Altro, più cupo e inquietante, traspare dalle dichiarazioni del Procuratore Di Landro, il quale riconduce l'inizio dei suoi guai al processo per l'omicidio della guardia giurata Luigi Rende. Si intravede un'ombra, laggiù, si staglia sullo sfondo, indossa qualcosa d'ingombrante, che svolazza al vento, un mantello forse, o una toga.

Io. Ho sempre lamentato l'atavica assenza delle istituzioni, colpevoli di aver permesso alla malavita organizzata di occupare spazi dello Stato e di realizzare un consenso nella popolazione e una cultura impregnata di 'ndrangheta, duri a morire. Ho rivendicato "il diritto di non essere eroi", se prima non si mostra lo Stato, se non fa da battistrada. Non rinnego. Prendo però atto che oggi lo Stato c'è, che se ne vedono i risultati e che è perciò il momento che la società civile faccia un passo avanti ad affiancarlo, senza doversi immolare. Forza, allora, tutti assieme, è giunto il tempo di una spallata: se gli 'ndranghetisti si sono esposti così, è segno che siamo all'inizio della loro fine, che non è lontano, come sembrava, il canto del cigno. No, non mi piace quest'espressione per indicare la fine della 'ndrangheta. La 'ndrangheta non la merita. Sa di nobile, il cigno. Rettifico con il rantolo dell'orco. Sì, il rantolo dell'orco suona meglio.

 

 

 



Stampa l'articolo

* Scrittore calabrese autore del romanzo «Il giudice meschino» (Einaudi)

SPECIALI