La Madonna della 'ndrangheta
di Mimmo GANGEMI
Pubblicato su "La Stampa" - 2 settembre 2010
La donna è un'attempata popolana, con baffetti che non osa rasare per la maggiore vergogna a mostrarsi senza, capelli intrecciati a corona sulla nuca, faccia segnata da rughe sottili. La grazia - già spuntata o su cui forzare la Vergine - dev'essere di quelle complicate, se la poveretta s'è calata in ginocchio all'ingresso della chiesa e messa a strusciare la lingua sul pavimento, direzione la Vergine sull'altare. Si batte il petto prima di ogni leccata, mentre una comare caritatevole le spazzola davanti. Traccia una scia simile a quella di un limbaccio. Mi sussurrano un nome - lo taccio per motivi di salute - e che sta esaudendo un voto: ringrazia la Madonna dell'innocenza ottenuta dal figlio in un processo per omicidio di cui anche le galline lo sanno colpevole.
Una penitente percorre sulle ginocchia le pietre del selciato, snodando la corona del Rosario, entra in chiesa, arriva davanti alla statua, piange lacrime silenti. Chiede vita per un figlio malato. Le ginocchia sono un grumo sanguinolente. Altre hanno i piedi piagati, per aver fatto scalze l'intero percorso fin dal paese. Un giovane arriva sotto una campana di spine; il torso e la schiena, nudi, sono puntellati di sangue. Scene antiche già scolpite nei miei ricordi di mezzo secolo fa e che non avrei creduto di poter rivedere.
Nel piazzale davanti, uomini si passano un otre di terracotta, di quelli a ugello. Contiene vino. Prima di bere, schizzano via le poche gocce che creanza pretende, lo rivoltano dal manico sul dorso della mano e si fanno calare uno spruzzo ad ombrello, come gli zappatori per levarsi di bocca l'acre sapore della terra.
Poco più in là, la tarantella è di quelle serie, dove non si può sgarrare. Il mastro da ballo è il più alto in grado, tra i presenti, nell'onorata società . Invita il compagno di danza dal folto cerchio di soli uomini che delimitano lo spazio. Passi e mosse al ritmo di tamburelli, organetto e cerameje (una specie di cornamusa), a simulare il duello al coltello. È 'ndrangheta, di quella antica. Giocano alla 'ndrangheta - ma non è detto non ci scappi il sangue. Quanti contano davvero se le sono scrollate certe esibizioni, coniano moneta, loro, in qualsiasi modo, sempre illecito. Un giovane fende la folla. Gagliardo, occhi per nessuno, induriti, labbra a broncio. Si solleva un brusio. Il mastro da ballo gli cede il posto con un inchino. L'altro ne assume il ruolo. Non più di dieci minuti e s'allontana in direzione dei monti. Un sussurro giunge anche alle mie orecchie: "di razza nobile, è latitante". E il nome, ben noto. Che taccio, ancora per non dovermi ammalare.
Siamo a Polsi, nel cuore dell'Aspromonte, territorio di San Luca, patria di Corrado Alvaro. La Vergine è la Madonna della Montagna, nota come la Madonna della 'ndrangheta. Convergono a migliaia qui, da tutti i paesi della provincia, devoti, curiosi, e 'ndranghetisti.
Trascinano un bue dentro la chiesa. A forza, perché resiste, sembra avere remore a entrarci sacrilego. Scopro che i buoi ne hanno titolo. Perché, in una data imprecisata dell'XI secolo, un pastorello trovò il bue smarrito intento a scavare in terra con gli zoccoli, finché emerse una Croce greca, e lo vide inginocchiarsi davanti. Al pastorello apparve poi la Madonna e gli chiese un santuario in quel luogo. Quando, in seguito, un pastorello e un bue sembrarono troppo poco perché la Vergine si degnasse di presenza, il ritrovamento della Croce fu attribuito ai cani del Conte Ruggero e l'apparizione al Conte in persona, anno Domini 1086. Quando pure il conte Ruggero non riempì gli occhi, i cani divennero quelli del Re Normanno Ruggero I e il beneficiato della comparsa lo stesso Re, anno Domini 1144.
Qualunque sia la verità, se c'è una verità, il miracolo di Polsi trasformò in un santuario il preesistente rifugio costruito nel III secolo da cristiani che scappavano dalle persecuzioni degli imperatori romani. Una seconda immigrazione avvenne nel IX-X secolo, allorché vi trovarono rifugio i monaci basiliani provenienti dai paesi conquistati dagli arabi.
La leggenda racconta che i monaci usassero mettere un confratello in posti dove poter soccorrere i viandanti, per non perdersi; uno di questi, di nome Toppa, morì assiderato in una notte di gelo, mentre cercava legna con cui ravvivare il fuoco. Apposta tradizione vuole che il pellegrino, nel suo primo viaggio, depositi un ramo davanti alla Croce di Toppa. Nessuno oggi sa dove essa sia. Fino a qualche tempo fa, per ogni strada che conduceva a Polsi, c'era un posto chiamato "Croce di Toppa".
Il santuario splendette fino al 1481, anno in cui i monaci basiliani lo abbandonarono, per ritirarsi a Grottaferrata. I secoli successivi furono di decadenza. Risorse - e cominciò la frequentazione in massa dei fedeli - solo dopo la prima metà del XVII, quando il santuario passò sotto la giurisdizione del Vescovo di Gerace.
Con il tempo, questo antico luogo di culto è diventato punto di raccolta della 'ndrangheta, un porto franco dove, fino agli anni '60, era tollerato che si portassero armi e si celebrasse l'uscita della statua della Madonna a colpi di fucile esplosi per aria - talvolta addosso a qualcuno che, allo snodarsi della processione, restava macchia a intristire lo spiazzo - e dove le acque della fiumara si tingevano del sangue delle capre scannate per santificare con una scialata di carne un giorno di festa (da qualche anno, la Legge lo vieta). La 'ndrangheta lì assumeva decisioni, dirimeva controversie, sentenziava morte, creava alleanze. E cerimoniava i nuovi adepti, sotto l'albero della scienza, il grosso castagno nel cui incavo comare Rosina depositava le armi dei 'ndranghetisti - che avevano l'obbligo di presentasi disarmati alla riunione - annotando l'appartenenza come si fa oggi per i cappotti in un locale pubblico. La Madonna non pare contenta di questo - e neppure dei tanti gesti di paganesimo e d'idolatria. Non vorrebbe 'ndranghetisti su cui stendere il manto di misericordia. Lo rivelano i suoi occhi incerti, e spauriti, deve averne viste troppe. Avesse saputo che andava a finire così, si sarebbe guardata dall'apparire. Se rimane, è per la marea di fedeli che accorrono sinceri di fede.
Bisogna venire qui per capire la mia gente. Qui dove il tempo scorre più lento che altrove e sprigiona un senso d'immutabilità. Qui dove vecchia e nuova 'ndrangheta camminano a braccetto, ed è la vecchia a sorreggere la nuova. Solo quando alla nuova mancherà quel sostegno, apparirà qual è: cruda e assassina. E sarà la sua fine.
* Scrittore calabrese autore del romanzo «Il giudice meschino» (Einaudi)