La vera storia dei bronzi di Riace
di Riccardo TONANI
Tratto dal mensile "Focus" n.71 - Settembre 1998
Due atleti? Due guerrieri? Oppure due barbuti eroi figli di Zeus o di Apollo? Le più varie ipotesi su quali fossero i personaggi reali cui erano ispirati i bronzi di Riace sono fiorite fin dal 1972, quando il giovane subacqueo Stefano Mariottini ritrovò le due statue al largo di Marina di Riace. Ora l'enigma ha trovato una risposta convincente grazie agli studi di Paolo Moreno, docente di Archeologia e Storia dell'arte greca e romana, all'università di Roma Tre. Ecco che cosa ha scoperto Moreno, e come.
La ricostruzione
Il bronzo A, detto anche "il giovane", potrebbe
rappresentare Tideo,
un feroce eroe proveniente dall'Etolia, figlio del dio
Ares (o del re Eneo) e protetto
di Atena. Il bronzo B, detto "il
vecchio", raffigurerebbe invece Anfiarao,
un profeta guerriero. Entrambi parteciparono alla mitica spedizione
della città di Argo contro Tebe, e Anfiarao aveva persino
profetizzato la propria morte sotto le mura di Tebe, e la
disastrosa conclusione dell'avventura.
Oltre ad aver identificato i due personaggi, Moreno ha individuato gli artefici delle statue e trovato l'originale collocazione dei due pezzi.
Primo indizio: la terra
Il primo
passo è stato l'identificazione degli artisti. «Mi ha aiutato
il restauro», dice Moreno. «Le statue, infatti erano piene
di terra, la cosiddetta "terra di fusione". Che, impregnata da
secoli di salsedine, stava mangiandosi le statue
dall'interno». La terra è stata estratta passando dai fori nei
piedi grazie ad ablatori dentistici a ultrasuoni, pinze flessibili,
spazzole rotanti, tutti controllati da microtelecamere che
inviavano su un monitor immagini dell'interno delle statue,
ingrandite da tre a sei volte.
«Analizzando la terra così estratta, si è scoperto che quella del bronzo B proveniva dall'Atene di 2500 anni fa, mentre quella del bronzo A apparteneva alla pianura dove sorgeva la città di Argo, più o meno nello stesso periodo», racconta Moreno. «E, soprattutto, si è scoperto che le statue furono fabbricate con un metodo poco usato perché non consentiva errori. Quando si versava il bronzo fuso, infatti, il modello originale era perduto per sempre».
La provenienza geografica e la tecnica usata hanno convinto Moreno che l'autore del "giovane" fosse Agelada, uno scultore di Argo che, a metà del V secolo a.C., lavorava nel santuario greco di Delfi e nel Peloponneso. Infatti Tideo assomiglia moltissimo alle decorazioni del tempio di Zeus a Olimpia. «Quanto al vecchio, i risultati dell'analisi hanno confermato l'ipotesi dell'archeologo greco Geòrghios Dontàs: a scolpirlo fu Alcamene, nato sull'isola di Lemno, che pare avesse ricevuto la cittadinanza ateniese per i suoi meriti d'artista».
Secondo indizio: una vecchia guida
Ai risultati della ricerca, Paolo Moreno ha unito lo studio di
documenti storici. Come quelli lasciati dal greco
Pausania, che aveva redatto tra il
160 e il 177 d. C. una vera e
propria guida turistica dei luoghi e monumenti della Grecia. In
particolare, Pausania scrisse di aver visto nella piazza principale
di Argo un monumento ai "Sette a Tebe", gli eroi che fallirono
nell'impresa di conquistare la città, e ai loro figli (gli
Epigoni) che li riscattarono ripetendo l'impresa
con successo. «Un parallelismo inquietante», nota Moreno,
«con la nuova classe dirigente di Argo, insediatasi verso la
metà del V secolo a.C., che aveva riscattato la generazione
precedente - sconfitta da Sparta a Sepeia nel 494 a.
C. - con la vittoria di Oinoe, nel 456
a.C., sempre contro Sparta».
Il gruppo di Argo comprendeva dunque i due bronzi di Riace e altre statue di eroi, circa una quindicina, tutte provviste di elmi, lance, scudi e spade: lo si è dedotto dalla posizione delle braccia, e anche dal ritrovamento successivo sui fondali marini presso Riace, del bracciale dello scudo di un guerriero, sempre di bronzo.
Miti e dettagli
Grazie a
un'attenta analisi delle statue si sono potuti accertare anche
altri dettagli, alcuni dei quali sorprendenti. Per esempio che le
statue erano abbellite da elementi cromatici: il rosso del rame
evidenziava i capezzoli e le labbra gli occhi erano pietre
colorate, i denti d'argento.
«Quest'ultimo particolare, finora unico esempio nella statuaria classica», dice Paolo Moreno, «enfatizza bene l'espressione di Tideo, che non è affatto sorridente come sembra. Il suo è invece un ghigno satanico e bestiale, simbolo della ferocia del guerriero capace di fermarsi a divorare il cervello del nemico tebano Melanippo: un orrendo atto di antropofagia che costò all'eroe l'immortalità promessagli da Atena».
Un'altra tragica vicenda sembra emergere dall'espressione angosciata del bronzo B. Anfiarao, il guerriero-profeta, che tradito dalla moglie Erifile, era stato costretto a partire per la guerra pur conoscendo la tragica conclusione della spedizione e la propria morte. Secondo Moreno, il capo di Anfiarao era cinto da una corona di alloro, simbolo della carica di profeta: l'indizio decisivo è la presenza di un foro sulla nuca, espediente spesso usato per unire alla statua gli "accessori" necessari.
Gli altri bronzi
Un'altra traccia seguita da Moreno è stata la descrizione, da
parte di Pausania, di una copia del monumento di Argo edificata a
Delfi. Dalla quale ha dedotto che le statue poggiavano su un
semplice podio semicircolare in pietra del diametro di 13 metri
(tuttora esistente).
Degli altri bronzi sono rimasti soltanto indizi indiretti pitture su vasi greci o copie in in marmo di statue di epoca romana. L'elemento più significativo è un vaso ritrovato a Spina, vicino a Ferrara, che risale al V secolo a. C. e che riproduce proprio i Sette di Tebe e gli Epigoni. Poiché gli eroi greci dovevano essere riconoscibili a tutti, avevano sempre le stesse espressioni e posizioni. Questo ha permesso a Paolo Moreno di ipotizzare la posizione dei bronzi sul podio semicircolare ad Argo.
Il mistero del naufragio
Resta un ultimo enigma. Come hanno fatto i due bronzi superstiti
ad arrivare nel mare della Calabria? «All'inizio si ipotizzò
che i due bronzi fossero stati gettati in mare dall'equipaggio di
una nave in difficoltà per il mare grosso», dice Moreno.
«Ma nelle campagne di rilevamento successive si ritrovò un
pezzo di chiglia appartenuta a una nave romana di età
imperiale».
Si notò inoltre che le due statue erano state ritrovate vicine e affiancate, cosa impossibile anche se fossero state gettate in mare contemporaneamente. Il ritrovamento sembra invece tipico di uno scafo di una nave naufragata, disfatta nei secoli a causa delle forti correnti e dell'acqua marina. «Una nave quindi trasportava i bronzi di Argo», conclude Moreno.
Soltanto due? «Non è detto. Forse la nave apparteneva a un convoglio che trasportava l'intero gruppo, la cui sorte è ancora sconosciuta».