La Calabria, la seta, la naturale eleganza della storia

La Calabria e la seta, storia di donne, fatica e bellezza
di Luigina GUARASCI

Edizione:Il Filo Rosso, Rogliano 2007

 

Recensione a cura di Rossano ONANO
Pubblicata su Il Filorosso nr.43/2007

 

Ci sono persone che parlano sempre, e nessuno le ascolta. Altre persone siedono all'ultimo banco, ove per altro lo sguardo sulla platea è onnicomprensivo; inconsapevolmente evangeliche, aspettano che il padrone di casa le chiami dicendo: siedi qui, accanto a me. Allora queste persone parlano, sobrie, e la platea ascolta. Luigina Guarasci appartiene a quest'ultima categoria. Nota distintiva personale: essendo Luigina (Gina) organizzatrice culturale, spesso siede all'ultimo banco quando nello stesso tempo risulta essere la padrona di casa. Quando ciò avviene, ad invitarla al posto d'onore è Francesco Graziano, fortunato consorte e poeta, a sua volta organizzatore culturale che rispetto a Gina ha il vantaggio pratico (lo svantaggio esistenziale) di una maniacale precisione operativa. Allora Gina parla, sobria ed elegante: qualità di naturale aristocrazia.

Luigina Guarasci, per le stesse qualità, rientra fra le mie scrittrici preferite. In lei non c'è ombra della battagliera animosità (l'impressione non è mia, è di Dacia Maraini) generalmente adottata dalle donne che si impegnano nella scrittura. Osserva le cose, e racconta, con superiore e soave spirito critico. Qualità confermate nell'ultimo lavoro: La Calabria e la seta. Storie di donne, fatica e bellezza (Ilfilorosso. Quaderni 7, marzo 2007). La collana è diretta da Francesco Graziano, cui spetta sicuramente il sunto esplicativo in quarta di copertina, non firmato. Il quale riporta l'argomento del libro (l'allevamento del baco, la produzione e la tessitura della seta in Calabria) entro una puntuale cornice di antropologia in senso lato politica: il futuro deve sfruttare le moderne tecnologie, senza dimenticare la grande tradizione di mestiere che affonda le radici nel territorio e nella sua storia: E' questa la strada per un moderno operare capace di valorizzare una creatività eticamente forte, in grado di lasciare il segno nelle generazioni e, quindi, di produrre bellezze da non destinare al tritacarne del consumismo.

Luigina Guarasci percorre la storia secondo temperamento, non altrettanto imperioso ma forse più empatico riguardo alle vicende umane e al metasignificato delle stesse. Nel caso delle sete calabresi, spiega Gina, venivano utilizzati prodotti del territorio per la colorazione: essendo il rosso scarlatto, nel Medioevo colore della regalità, ricavato dalla radice della robbia o dalle bacche del ricino; l'azzurro dal guado, pianta erbacea che diede vita a culture intensive nelle zone a vocazione tintoria: A partire dal XIII secolo, infatti, la scelta del blu e di tutte le gamme degli azzurri fece registrare un'inversione di tendenza rispetto al passato e una brusca impennata della domanda. Come dice Michel Pastoreau, si verificò una svolta nella mentalità collettiva, per cui il blu e l'azzurro, da colori barbarici, divennero i colori del manto della vergine prima e dei re poi. All'inizio dell'Età Moderna si affermano i Comuni e la teocrazia e la monarchia di Francia: cambia la storia; cambia il metasignificato dei colori. E questa è antropologia.

Rispetto all'argomento specifico, il quotidiano operare degli uomini che fanno la storia è rappresentato dal lavoro delle donne.

L'attività legata all'allevamento e produzione e tessitura della seta è stato per secoli il quotidiano operare di generazioni di donne, capaci per questo di determinare la produttività dell'intera regione. Gina Guarasci si accosta alle donne ancora in grado di ricordare e raccontare la storia, prima che il silenzio intervenga; ascolta e trascrive; ne ottiene il fascinoso documentario che è (dal titolo) "storia di donne, fatica e bellezza".

 

Storie di donne

Il filo serico ha caratteristiche di lucentezza, resistenza e splendore: qualità che attribuiamo, per abito culturale, all'essere femminile. E infatti, la storia della seta è definita all'origine, sotto forma di leggenda e poesia, dall'osservazione incantata di una donna, l'imperatrice Hsi-ling-Shih, correndo approssimativamente l'anno 2.500 a. C.: Si racconta che mentre l'imperatrice era intenta al rito del tè, insieme alle sue ancelle, all'ombra di un grande gelso nei giardini imperiali, un bozzolo cadde nella tazza colma della calda bevanda, consentendole con grande stupore di dipanarlo lentamente ottenendo un filo lucente lungo un chilometro. L'imperatrice intuisce le possibilità di utilizzo del filo, dando così l'avvio all'allevamento dei bachi.

Rispetto all'uomo, spesso ciondolone e ruminativo, la natura femminile è tale da condurre le percezioni ineffabili, ad esempio legate alla bellezza, ad un esito speculativo.

L'attività rivolta al commercio della seta, documentata a Roma nel I secolo d. C. tramite intermediari persiani, esitò nelle complesse attività produttive (allevamento, produzione, tessitura) già organizzate sotto il controllo dello stato da Giustiniano (VI secolo). Tali attività trovarono campo fertile in Sicilia e Calabria per il sincretismo culturale presente in quelle regioni, nella stagione tuttora ineguagliata di integrazione culturale dovuta all'avvicendarsi di culture diverse (bizantini, arabi, normanni, svevi, gli ebrei come sempre diacronici) che stratificarono senza conflittualità fino al periodo aureo degli aragonesi. Per ciò che riguarda specificamente la Calabria, fino a tutto il Cinquecento essa è terra di avanzato sviluppo manifatturiero. Tanto che: Maestranze catanzaresi partono per l'Europa del centro e del nord per introdurre e/o sviluppare la produzione della seta e alla fine del '400 sono chiamati a Tours per impiantare in Francia l'arte serica; già nel XIV secolo Catanzaro aveva donato al re Ladislao un pregiato parato di Damasco verde a stelle d'oro per ornare la sala del trono, opera di setaioli locali.

Priva di una classe imprenditoriale forte e pronta ad investire, la Calabria divenne successivamente un grande mercato di prodotto grezzo, che alimentava le fabbriche genovesi e fiorentine. L'organizzazione serica andò strutturandosi su una serie di operazioni svolte da diverse categorie di persone nel proprio domicilio, sotto il controllo dell'imprenditore come punto d'arrivo delle varie attività. La storia della seta diventa, anche, storia di presenza femminile: Le donne, infatti, erano al centro di un vasto processo che incominciava con l'allevamento del baco e procedeva poi con le varie operazioni del ciclo di produzione, dalla trattura alla tessitura. Lucia Mondella, rappresentata nell'immaginario collettivo come soave seppure pavida contadina, era nello stesso tempo ed altrove lavorante in filanda. La storia dell'emancipazione femminile, così in Calabria come sulle sponde del lago di Como, è in buona misura storia di lavoro nel complesso ciclo dell'attività serica.

Entro il quale la donna, il libro suggerisce con molta discrezione, si muove piuttosto bene. Nella maggior parte dei casi: La seta continua ad essere prodotta dalle donne che integrano i magri salari stagionali con un lavoro faticoso ma contenuto nel tempo e compatibile con altre attività e con il peso familiare. Ma, talora, l'attività femminile trovava esito in variazioni di stato più saporite: Augusto Placanica, dall'analisi dei libri parrocchiali, rileva un fenomeno insolito ed emblematico: frequenti matrimoni tra vedove e celibi. Infatti: A Catanzaro, nei secoli XVII e XVIII, avveniva spesso che donne vedove, diventate autosufficienti e talvolta benestanti con la lavorazione della seta a domicilio, potessero aspirare a un matrimonio con un uomo celibe, e forse anche più giovane.

Sarebbe interessante l'analisi comparata dei libri parrocchiali, neì secoli XVII e XVIII, ad esempio sulle sponde del lago di Como: ho la personale sensazione che i matrimoni fra vedove mature e celibi giovani siano stati, in quelle lande, non altrettanto frequenti. La donna socialmente emancipata che convive o frequenta uomini giovani è attuale fenomeno di costume: non esiste comportamento umano che la terra del sud, dalla Magna Grecia in poi, non abbia in precedenza sperimentato.

Luigina Guarasci racconta l'evoluzione del costume femminile senza sussulti cattedratici, da esperta delle vicende umane. Superiore coscienza fenomenologica, magnanimità.

 

Storie di fatica

Il periodo aureo della seta calabrese dura fino al '600: Lione, soccorsa da maestranze soprattutto calabresi, diventa la città leader in Europa nel campo della creazione dei tessuti preziosi. L'Italia meridionale vede diminuire fortemente la produzione e I'esportazione di seta greggia, pur restando fino alla fine del '700 il principale fornitore di filato serico per la Francia e l'Inghilterra. In particolare, la seta calabrese veniva richiesta e monopolizzata da mercanti imprenditori soprattutto genovesi: D'altra parte il monopolio, soprattutto genovese, ha sempre condizionato il mercato serico genovese; la seta prodotta in Calabria era necessaria ai genovesi per la tessitura dei pregiati velluti e, grazie ai buoni rapporti che essi avevano con la corona

spagnola, riuscivano a fare della Calabria un mercato per loro privilegiato imponendo sgravi fiscali e incrementando la produzione di filato serico senza che venisse introdotto alcun miglioramento tecnico che né i sovrani spagnoli né, più tardi, una classe imprenditoriale e scarsamente lungimirante voleva. Nulla di nuovo sotto il sole. Ha ragione Montale: la storia è maestra di nulla.

Eppure, bisogna ammettere che non tutta l'umanità può raggiungere i vertici mercantili degli imprenditori genovesi: qualcuno che lavora sul serio ci deve pur essere. Funzione assolta, sempre, dai popoli del sud: per i quali la storia del lavoro, a partire dal '700, diventa storia epica di migrazione: Entrato in crisi il mercato, rotto l'equilibrio, la manodopera rurale si sposta in città alla ricerca di mezzi di sostentamento, ingrossando talora le file dei mendicanti e dei ladruncoli. Ma la popolazione dei casali cosentini nel '700 prende più spesso l'antica via dell'emigrazione stagionale. Si spostano in gruppi e vanno in Sicilia, in Basilicata, in provincia di Salerno per i lavori agricoli o per la lavorazione della liquirizia.

La storia del lavoro diventa, anche, storia di sopravvivenza. Con una specificità d'azione contingente legata al sesso. Alla popolazione maschile spetta l'onere della migrazione. In particolare: In Sicilia andavano soprattutto gli stagionali di Rogliano, in particolare modo di Cuti che, ingaggiati da un "caporale", che spesso anticipava le spese, sottoscrivevano dei contratti per circa cinque mesi con obblighi molteplici come quello dì pagare a proprie spese il viaggio, compresa la barca per l'attraversamento dello stretto, il seguire determinati itinerari ecc.

Alla componente femminile spetta l'onere della "resistenza" sul territorio. In filanda; ove (1878, provincia cosentina): Le donne erano costrette a turni massacranti: 12 ore con la sola pausa del pranzo. L'ambiente era insalubre a causa del calore dei fornelli e del vapore dell'acqua in ebollizione. I sistemi di produzione antiquati, i telai erano a mano, gli operai occupati erano 1140 di cui 1068 donne. Ma, soprattutto, organizzando il ciclo di produzione in parte a domicilio: La seta continuava ad essere prodotta dalle donne che integrano i magri salari stagionali con un lavoro faticoso ma contenuto nel tempo e compatibile con altre attività e con il peso familiare. "Resistere sul territorio significa, infatti, non abbandonare le attività connesse alla cura e custodia della casa. Nel carpigiano, Modena, un fenomeno analogo avvenne negli anni '50-'60 del secolo scorso per la lavorazione a domicilio di capi di maglieria. Mia madre, ricordo, cuciva capi di maglieria quando ero liceale. La sua fierezza nel lavoro è la massima espressione di sacrificio e dignità che la mia esperienza di vita abbia conservi.

Luigina Guarasci racconta la"fatica" senza enfasi populistica: secondo l'antica saggezza delle genti che declinano il verbo "faticare" come sinonimo di "lavorare". Quando la "fatica" è "lavoro", e lavoro è resistenza nel mondo e nel territorio, non si racconta l'enfasi della storia; si racconta, invece, la verità della vita.

 

Storie di bellezza

A tutto il '500, la storia della seta di Calabria è storia di produzione di bellezza: i lavoranti catanzaresi alla fine del '400 sono chiamati a Tours per essere "maestranze" nel senso letterale del termine, ovvero per essere "maestre"dell'arte e della bellezza dell'arte. Quando già nel secolo precedente, puntualizza Gina Guarasci, Catanzaro aveva donato a re Ladislao un pregiato parato di damasco verde a stelle d'oro per ornare la sala del trono. Storia che diventa, anche, orgoglio e consapevolezza: Nel 1519 Catanzaro ottenne da Carlo V l'istituzione di un consolato dell'arte della seta con il compito di controllare la qualità del prodotto destinato ai mercati esteri. Non risulta sia presente, oggi, uguale determinazione per la tutela del patrimonio culturale, nelle Calabrie e nell'intero territorio italiano.

Ma Gina Guarasci è donna: comprende che la bellezza non è epifenomeno artigianale di un territorio che si specializza nel produrre bellezza per esercizio volitivo e, tutto sommato, artificiale: la bellezza è, invece, vocazione primaria. La bellezza dei manufatti serici è connaturata al bellezza del territorio: non è "fenomeno" prodotto dal territorio, ma è "il territorio stesso". Gina Guarasci esprime questa verità con pudica determinazione, semplicemente colloquiando, da donna a donna,

con la residua popolazione femminile ancora testimone della fatica e della bellezza prodotte. Una donna anziana racconta le procedure domestiche legate alla coltivazione del "siricu" (baco): Si cominciava dai semi piccolissimi che si compravano in piazza, un cucchiaino di semi. Poi lo mettevo in una pezza di cotone e lo ponevo al caldo nel petto finchè non nascevano tutti. L'allevamento del baco è metafora della fertilità femminile. "Il frutto del ventre tuo" era corretto, quando ero bambino, da una dizione più prudente: "sia benedetto il frutto del seno tuo".

Il tutto all'interno di un paesaggio fortemente caratterizzato dalla presenza del gelso. Alle porte del Comune di Parenti, una signora racconta: In una veranda piena di sole, davanti a un panorama selvaggio e dolce nello stesso tempo; un paesaggio fatto di boschi, ma dove i gelsi non ci sono più. Bellezza e nostalgia: elegia.

Luigina Guarasci parla di donne, fatica e bellezza senza concessioni enfatiche, lontana dalle coordinate in uso di natura sociologica o femminista o da furori estetizzanti. Gina, posso garantire, è una rara persona che non affida l'eleganza alla veste che indossa, essendo la veste che indossa investita dalla sua rara eleganza. Uguale connotazione di eleganza ha la sua scrittura.

Qualcosa da dire sulla veste grafoica del libro. Francesco Graziano, direttore di Collana, è uomo di maniacale precisione: è uomo, anche, di profonda cultura e soprattutto poeta. E' lecito aspettarsi, per un libro simile, adeguata veste editoriale. Spetti a Gina o a Francesco il merito principale, non saprei dire: ma l'obiettivo è raggiunto, essendo la parte figurativa del volume sintonica all'elegante equilibrio della parola. Da bambino, ricordo una splendida maestra che corredava il dettato sulle varie regioni d'Italia fornendo a ciascuno di noi un francobollo da incollare, a memoria visiva delle arti e mestieri d'Italia. La scuola trasmetteva come valore, evidentemente, l'orgoglio di appartenenza nazionale, e la serie di valori bollati era splendida. La Calabria era rappresentata da una donna intenta al telaio. Il francobollo è felicemente riprodotto nel libro. Visto ora, ha l'assorta bellezza di un quadro di Vermeer.

Ancora: a fine testo, il libro documenta i manufatti cosentini con un eccezionale apparato fotografico. Ad esempio, collocato a vista sul tronco di un manichino, uno spettacoloso Piviale in seta bianca con fiori policromi. Sec XX, Museo d'arte sacra, Rogliano (CS). Neppure Salomone, in tutta la sua grandezza, ha mai avuto una veste così bella.

 

Rossano Onano



Stampa l'articolo

SPECIALI